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Questo articolo è stato pubblicato il 27 dicembre 2013 alle ore 07:52.
L'ultima modifica è del 19 giugno 2014 alle ore 11:14.

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Fu Otto von Bismarck, nemico acerrimo dei socialdemocratici, a realizzare, tra il 1881 e il 1889, il primo sistema al mondo di assicurazioni sociali per malattie, infortuni e vecchiaia. Erano gli anni della seconda rivoluzione industriale e di una tumultuosa globalizzazione.

Il Cancelliere di ferro comprese che grandi trasformazioni economiche e sociali, complessivamente positive per la società, creavano nuovi rischi per singole persone e importanti fasce della popolazione, mettendo a repentaglio la coesione sociale se una parte di questi rischi non fosse stata assunta dall'intera collettività. Mezzo secolo dopo, nella sfida mortale con Adolf Hitler, le élites inglesi, impersonate da Winston Churchill, chiesero a operai e piccoli borghesi un tributo di «lacrime e sangue» offrendo in cambio lo stato sociale di Beveridge da realizzarsi una volta conseguita la vittoria. Vi sono fasi della storia, quella che viviamo è una di esse, in cui i rischi individuali aumentano. Coesione sociale e consenso politico si costruiscono con l'assunzione da parte della collettività di una quota importante di tali rischi.
La condivisione sociale del rischio non ha, tuttavia, solo ragioni politiche ed etiche. Essa risponde anche a una razionalità economica. Nel 1920, Arthur Cecil Pigou (1877-1959) sostenne, ne L'economia del benessere, che la crescita economica si realizza nella misura in cui le società sanno affrontare i rischi del cambiamento (nell'allocazione delle risorse, nell'investimento, nel commercio internazionale, nella ricerca). È pertanto razionale, dal punto di vista del benessere sociale, che la collettività incentivi l'assunzione di rischi da parte di individui o gruppi assumendosene una parte.

La seconda globalizzazione nella quale viviamo è ricca di sfide rischiose almeno quanto la prima, quella di Bismarck. Alle opportunità offerte da nuovi mercati, nuovi modi di produrre, nuovi mestieri, nuovi stili di vita creati dalla «fine della geografia» e dalle nuove tecnologie corrispondono nuovi pericoli quali, ad esempio, la delocalizzazione dei posti di lavoro e l'obsolescenza del capitale umano. A quelli collegati alle trasformazioni economiche si aggiungono i rischi generati dall'accelerazione del cambiamento sociale (tipici quelli che coinvolgono la famiglia) e demografico (l'allungamento della vita media).
Il welfare italiano è inadatto a favorire risposte positive da parte di singoli e gruppi alle opportunità offerte da nuove tecnologie, nuovi mercati, nuove dinamiche sociali. Come tante utili istituzioni create negli anni '60 e '70 del secolo scorso, esso rispondeva alle esigenze di un'economia manifatturiera in rapida crescita, ancora largamente basata sulla tecnica e l'organizzazione sociale fordista, e di una collettività con caratteri demografici e culturali diversi dagli attuali. Da allora è rimasto cristallizzato. Non incentiva quell'assunzione di rischi individuali che è indispensabile per la crescita del paese nella «seconda globalizzazione», in un quadro tecnologico enormemente lontano da quello di quarant'anni fa.

Adeguare il nostro welfare al XXI secolo non è facile. Non lo è per i decisori politici, che interpretano una società tra le più conservatrici d'Europa, ma non lo è nemmeno per gli esperti, accademici e non, e per il mondo assicurativo privato. Un aiuto sia al settore pubblico sia a quello privato verrà dal Centro Interuniversitario Netspar Italy (CINTIA), lanciato a Venezia il 13 e 14 gennaio. Si tratta di un partnership tra università e società di assicurazione, coordinato da Agar Brugiavini. Ha come obiettivi lo studio dell'impatto dei cambiamenti demografici ed economici sui rischi che affronteranno le generazioni attuali e future, il ridisegno dei sistemi di welfare e assicurativi, il dialogo tra ricerca scientifica, decisori politici e operatori di mercato. Ambisce anche a svolgere una funzione particolarmente importante e urgente in Italia: l'educazione economica, con particolare riguardo alla valutazione dei rischi specifici a ogni individuo e nucleo familiare e ai modi migliori per farvi fronte.

Corre, sia nell'opinione pubblica sia tra alcuni accademici, l'opinione che la «globalizzazione» sia nemica dello stato sociale, perché obbligherebbe tutti i paesi a una corsa verso il basso sia nella pressione fiscale sia nelle prestazioni previdenziali, sanitarie, assicurative. Non vi è evidenza empirica che ciò stia succedendo né che i paesi con welfare universale finanziato dalla tassazione generale siano sati meno capaci di crescita economica nel mondo globalizzato. Al contrario, la storia sembra indicare che lo sviluppo economico, quando accompagnato da democrazia e dall'emergere nella società della voce delle donne, produce domanda di welfare pubblico. Succede nei paesi emergenti, una volta raggiunta un livello medio di reddito per abitante. Succederà sempre più in futuro.
I nemici dello stato sociale sono altri e CINTIA aiuterà a valutarli e combatterli: la percezione di una disuguaglianza nella copertura dei rischi, eccessivi costi di gestione, una burocratizzazione eccessiva. Il nemico più pericoloso dello stato sociale è, tuttavia, il debito pubblico, come ci ha ricordato Peter Lindert. Chissà se CINTIA riuscirà a sensibilizzare decisori ed elettori anche su questo mortale nemico di quella grande conquista del XX secolo che fu lo stato sociale.

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