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Questo articolo è stato pubblicato il 24 gennaio 2014 alle ore 08:06.
L'ultima modifica è del 19 giugno 2014 alle ore 11:47.

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La storia europea recente dice che la privatizzazione delle Poste è sempre un'operazione-Paese: muove e cambia molte cose, segna svolte. In Borsa, ma non solo. In sistemi-guida: in Gran Bretagna poche settimane fa; in Germania fin dal giro di boa del 2000 e poi durante il drammatico autunno 2008.

Lo scorso autunno il governo Cameron ha messo sul mercato la maggioranza di Royal Mail, fondata nel 1516(vedi articolo a pagina 2). Dopo anni di fallimenti bancari, salvataggi pubblici e scandali, lo Scacchiere aveva bisogno di sterline fresche e la City di un'Ipo vera. Quattro mesi dopo l'ora zero le polemiche dell'opposizione laburista sulla presunta svendita delle Poste di Sua Maestà non si placano. Però ai critici non è facile oscurare i molteplici windell'operazione. Le richieste da parte dei privati sono state 700mila (un boom nen del tutto atteso) e fra queste hanno spiccato quelle dei 150mila dipendenti dell'azienda, pressocché tutti presenti a un appello riservato.

Il titolo piazzato a 330 pence ne quotava già 455 il primo giorno di negoziazione e ieri era a oltre quota 590, dopo un trend di crescita lineare: non hanno festeggiato solo i venditori supersonici della prima seduta. Il governo, dal canto suo, ha incamerato i 3,3 miliardi di sterline programmati (circa 2,7 miliardi di euro) ma anche l'accelerazione politica che sempre deriva a un esecutivo - soprattutto se liberista - dall'aver battuto un colpo sul terreno privatizzatorio e liberalizzatorio. Royal Mail continua ora come public companyun percorso di playermultinazionale concentrato sui servizi di consegna: il Ceo Moya Green - presentando risultati semestrali in crescita - ha confrontato le sue strategie con quelle di competitorcome Amazon ed eBay.

Un malessere analogo a quello odierno del Labour su Royal Mail, attraversò parti dell'opinione pubblica italiana vent'anni fa: quando il governo Ciampi e l'Iri presieduta da Romano Prodi ruppero gli indugi e privatizzarono il Credito italiano. Appena un anno prima lo spreaddella Repubblica aveva paurosamente sfiorato gli 800 punti e il Paese era in stallo sulla rotta d'avvicinamento all'euro. Allora come ora, nessuno poteva contestare che le 2075 lire (poco più di un euro, ovviamente non ponderato) a cui l'Iri collocò in Opv il pacchetto di maggioranza di Piazza Cordusio fossero estremamente market friendly: con la virtuale rinuncia a ogni premio di controllo. Tuttavia senza quel colpo di reni "di sistema-Paese", il titolo Credit (poi UniCredit) non avrebbe mai superato i 6 euro cinque anni dopo: il primo giorno in cui tutti i listini europei quotarono nella moneta unica. Allora il Credit di Alessandro Profumo aveva già concluso due aggregazioni (Rolo e Casse del Nord) e si accingeva a crescere ancora incorporando Capitalia, non prima di aver realizzato la prima fusione transeuropea con la tedesca Hvb. UniCredit - come tutte le banche italiane salvo Mps - ha poi retto con le proprie forze all'urto della crisi globale.

Mario Monti - a quei tempi commissario Ue - ha raccontato come allo sviluppo delle privatizzazioni bancarie italiane guardasse con molta attenzione un'emergente componente del governo tedesco di nome Angela Merkel. Da cancelliera - cioè da azionista di riferimento ultimo di Deutsche Post - la Merkel ha dato luce verde allo scorporo di Postbank verso Deutsche Bank. La quota di riferimento del ramo bancario delle Poste tedesche venne ceduta alla banca-leader in Germania quarantott'ore prima del crack Lehman Brothers: la capogruppo postale incassò a pronti 2,8 miliardi di euro. Un'"operazione-Paese" che seguiva di otto anni la privatizzazione iniziale di Deutsche Post: essa pure costruita attorno a una pluralità di finalità. Portar cassa nel bilancio federale e fornire al listino di Francoforte una blue-chipinteressante sia per gli istituzionali, sia per le famiglie tedesche; ritirare lo Stato da una grande impresa e favorirne lo sviluppo: soprattutto l'ultimo obiettivo può dirsi raggiunto. Deutsche Post (oggi controllata da Kfw, la Cassa depositi e prestiti di Berlino) opera in 220 paesi con 475mila addetti e concorre ogni anno per la leadership globale assoluta nell'industria dei servizi postali e logistici.

Non stupisce che il governo italiano si sia ispirato al "modello tedesco": al mercato verranno offerte azioni della capogruppo Poste italiane, mantenendo per ora integrate le fondamentali attività bancarie e il loro valore. Alla fine di un lungo cammino di ristrutturazione avviato da Corrado Passera e sviluppato da Massimo Sarmi, Poste italiane presenta al mercato black figure, cifre e dimensioni confrontabili con quelle di Deutsche Post o di Royal Mail. La sua privatizzione può offrire al Tesoro soddisfazioni di cassa confrontabili con quelle portate dai collocamenti di Eni ed Enel. Può rivelarsi un titolo capace di riavvicinare il risparmiatore italiano alla Borsa di casa. Il gruppo può assumere un ruolo più pronunciato in un'Azienda-Italia in cui i grandi gruppi non abbondano. Sotto la supervisione di governo e Bankitalia, le Poste private possono consolidare un settore bancario che sta cercando approdi ed equilibri oltre la crisi: un settore cui l'intera Azienda-Paese - soprattutto le piccole imprese e le famiglie - continua a rivolgere una domanda strategica di buoni servizi a prezzi competitivi.

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