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Questo articolo è stato pubblicato il 19 aprile 2014 alle ore 10:11.
L'ultima modifica è del 19 giugno 2014 alle ore 15:13.

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Aveva detto che avrebbe messo in busta paga 80 euro in più a una platea di 10 milioni di italiani e lo ha fatto. Questa è la prima considerazione da fare su Matteo Renzi e il suo decreto. Una considerazione che è in sé un riconoscimento positivo per un presidente del Consiglio che ha avuto il coraggio di annunciare un obiettivo ambizioso e ha poi fatto di tutto per mantenere l'impegno. Tante volte, in passato, gli annunci dei premier erano rimasti lettera morta. Questa volta non è andata così, e la novità va apprezzata.

Il modo con cui si danno quei soldi, però, fa emergere non pochi dubbi. Innanzitutto perché in extremis sono rimasti fuori gli incapienti, i più poveri, malgrado le promesse fatte. Ma soprattutto perché il bonus vale solo per il 2014. Renzi può anche dire che si tratta di un intervento strutturale, e sicuramente la sua intenzione è di renderlo tale, ma in realtà l'articolo 1 del decreto afferma con chiarezza che dal primo gennaio del 2015 l'effetto del bonus si esaurisce. È vero che poi all'articolo 52 si istituisce un Fondo per rendere permanente il beneficio fiscale, ma questo obiettivo viene di fatto rimandato alla prossima legge di stabilità. Sarà in quella sede che andranno reperite le risorse per i 10 miliardi necessari per il 2015 e gli anni a seguire.
Sia Renzi che Padoan - positiva per ora la collaborazione tra i due - ieri hanno elencato le coperture potenziali anche per il 2015, ma la tabella fornita alla stampa da Palazzo Chigi ne evidenzia la genericità e la debolezza: dai 5 miliardi sull'acquisto dei beni e servizi ai 3 iscritti a un ipotetico recupero di pressione fiscale. Se ne riparlerà in autunno, con la manovra annuale, ma intanto non mancano le perplessità anche sulle coperture per il 2014. Circa un terzo dei 6,9 miliardi arrivano da un taglio a beni e servizi che somiglia ancora troppo a un intervento lineare. Quasi 2 miliardi arrivano poi dal prelievo sulle banche. Questo farà piacere a molti, considerata la scarsa popolarità di cui godono gli istituti nell'opinione pubblica, ma va detto che così si contribuisce a indebolire ulteriormente il credito alle imprese e all'economia reale. Si tratta, peraltro, di una partita una tantum e questo, come si sa, non è un bene se si vuole ridurre il cuneo fiscale strutturalmente.

Altrettanto una tantum è l'introito di 600 milioni che è attribuito all'Iva frutto dei pagamenti della Pa. C'è poi l'intervento di un miliardo sugli incentivi e le agevolazioni alle imprese, in alcuni casi giustificato, ma che di certo nel suo complesso non favorisce il Pil.
Di fatto la quota di coperture che si può attribuire a una vera spending review è molto ridotta. Ed è qui che emerge la questione di fondo che riguarda non solo questo decreto, e non solo il governo Renzi, ma più in generale la capacità dei governi di rilanciare l'economia affrontando il nodo dei costi e dell'efficienza della macchina pubblica.

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