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Questo articolo è stato pubblicato il 15 maggio 2014 alle ore 06:56.
L'ultima modifica è del 19 giugno 2014 alle ore 15:35.

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Meline dell'ultim'ora a parte, in poco più di 50 giorni, dopo una doppia lettura in entrambe le Camere, il Parlamento avrà sancito che i contratti a termine possono durare fino a 36 mesi senza causale. Se ne parlava da almeno 20 anni. Senza costrutto. Il decreto lavoro, destinato oggi a diventare legge, è un compromesso non troppo distante dal testo originario del ministro Giuliano Poletti, anche se mantiene alcune "trappole" in tema di soglia di stabilizzazione per l'apprendistato e di sanzioni sul vincolo delle quote di contratti a tempo sul totale dell'organico. Ma è solo il prologo di un vero programma riformista la cui realizzazione è adesso affidata al disegno di legge delega incardinato al Senato.

Sarà questo il cuore del cosiddetto "jobs act" voluto da Matteo Renzi. Non avrà nulla di obamiano e sarà tutt'affatto diverso dagli slogan affidati ai tweet da campagna elettorale. È sparita, per adesso, l'epopea dei lavori digitali, la fascinazione dei nuovi makers, gli artigiani 3.0, nuovo cuore del lavoro renziano e l'idea di incentivare i settori avanzati per un'Italia del futuro.

Tolta la patina "comunicativa" la discussione sulla delega sarà l'antica sfida, profondamente radicata nel modello democratico e sociale del nostro Paese, su quale debba essere l'articolazione del rapporto tra capitale e lavoro e quale debba essere il raggio d'azione delle politiche pubbliche di promozione e sostegno dei cittadini.

E non sarà irrilevante l'esito delle prossime elezioni europee. Un buon punto di partenza sarebbe quello di prendere atto, ad esempio, del fatto che il contratto a termine acausale di durata triennale ha tolto dall'orizzonte l'idea del contratto unico a tutele graduate che, in una delle ipotesi più accreditate e su cui è più forte il consenso, sarebbe anch'esso di durata triennale. È evidente che qualsiasi impresa preferirà il contratto a tempo a qualsiasi altra forma di ingaggio, a meno che non risulti estremamente incentivata, ma ciò non sembra alle viste.

Concentrare l'attenzione su altri temi strategici più rilevanti probabilmente risparmierebbe al Paese l'ennesima discussione – destinata, soprattutto in Parlamento, a essere punteggiata da personalismi e ideologismi – sull'articolo 18.

Il primo vero test del coraggio riformista del nuovo Governo dovrebbe essere la suddivisione delle risorse tra politiche passive (previdenza e assistenza) e quelle attive (promozione dell'incontro tra domanda e offerta di lavoro e formazione del capitale umano). Non è dilemma da poco: è il cuore delle scelte del welfare. L'Italia non fa politiche attive: destina tutte le risorse per previdenza e assistenza, mal fatta e poco produttiva. Il simbolo di questa cattiva piega è lo "scippo" fatto ai fondi interprofessionali dell'industria, destinati alla formazione, per coprire i costi della cassa integrazione in deroga.

Il retropensiero è che il lavoro sia il "posto" da trascinare a vita, anche se il mercato non lo consente, proteggendolo con gli ammortizzatori sociali, ordinari, straordinari e infine in deroga. Ha senso nei momenti di massimo impatto della recessione, ma, in tempi di risalita della congiuntura, è vincente l'idea che il lavoro sia il frutto delle occasioni di nascita e sviluppo d'impresa, delle buone idee che diventano azienda, dell'innovazione che diventa impiego di capitale umano, della mobilità sociale e geografica, della valorizzazione dei talenti e delle competenze. Non è un Paese sano quello in cui un sistema esasperato di garanzie e di protezione sociale ritarda (quando non impedisce) la modernizzazione e l'innovazione dell'impresa.

Puntare sulle politiche attive dovrebbe servire proprio a evitare questa involuzione. È il grande capitolo mai affrontato dalle riforme (ultima la legge Fornero) inchiodate sulla diatriba ideologica sulla flessibilità in entrata e uscita. Ma è qui che, invece, dovrebbe agire l'Agenzia per l'impiego prevista dalla delega. Non è chiaro quale sia il ruolo delle Regioni, finora depositarie, in base al Titolo V, delle competenze, ma totalmente inefficienti, soprattutto al Sud, su formazione e su gestione dell'incontro tra domanda e offerta di lavoro. Renzi e Poletti dovranno essere molto persuasivi verso questo soggetto istituzionale.

Sarebbe meglio un soggetto nazionale magari frutto di una partnership pubblico-privata fondata sulla sussidiarietà visto che le agenzie per la somministrazione private oggi sono molto efficienti (e il nuovo contratto a termine di 36 mesi toglierà dal mercato molte posizioni di lavoro interinale): a questo soggetto dovrebbe spettare la gestione dei sussidi legati alla disponibilità a lavorare, la formazione e l'affidamento di voucher utilizzabili, dai lavoratori da assistere, presso le imprese. L'importante è poter creare un efficiente sistema di controlli, concentrando in un unico soggetto erogazione e vigilanza, altrimenti l'Italia diventerà, ancora una volta, il regno delle truffe.

L'idea di disegnare un ammortizzatore sociale universale non sembra andare nella direzione di una maggiore attenzione alle politiche attive: anzi, fa pensare che il nuovo welfare renziano potrebbe aumentare enormemente i costi, allontanandosi tra l'altro dall'obiettivo di ridurre il cuneo fiscale. Il Governo dovrà poi vedersela con quei settori che finora non hanno utilizzato forme di finanziamento assicurativo (artigiani e commercianti) per i loro ammortizzatori e dovrà spiegare a categorie con collaudati fondi bilaterali (come i bancari) che si azzera tutto.

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