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Questo articolo è stato pubblicato il 10 giugno 2014 alle ore 07:50.
L'ultima modifica è del 19 giugno 2014 alle ore 15:55.

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Difficile dar torto al premier Renzi quando osserva, a commento dell'esito dei ballottaggi, che «le posizioni di rendita sono finite». Senza dubbio egli pensa al Pd, ma è una verità che vale per tutta la politica italiana. La rendita è finita perché l'elettorato è sempre più inquieto e mobile, depone la scheda nell'urna seguendo lo stato d'animo o la frustrazione del momento, non appartiene più a una forza politica consolidata. O a un movimento. Si votano le persone assai più che le sigle. E allora l'effetto Renzi, l'effetto Grillo o in passato l'effetto Berlusconi si rivelano una veloce scorciatoia per il successo, ma sono anche una fragile piattaforma su cui non è raccomandabile adagiarsi.

In ogni caso, in queste elezioni amministrative non c'era ovviamente da attendersi alcun effetto Renzi, considerando le caratteristiche peculiari del voto locale. Molti risultati, specie al Nord e al Centro, non erano prevedibili. Lo stesso Grillo, che non ha fatto campagna elettorale ed era concentrato, semmai, sulla grana dell'alleanza con Nigel Farage, si è trovato fra le mani la vittoria di Livorno (nonché quelle di Civitavecchia e Bagheria) come un regalo abbastanza inaspettato.
Ne deriva che le polemiche da destra circa il presunto esaurirsi dell'ascendente renziano sugli elettori sono poco convincenti. Semplicemente non era il terreno adatto: come sa bene proprio Berlusconi che per anni cercò di trasferire nelle ammiistrazioni locali i successi personali raccolti su scala nazionale. Questo non esclude che il Pd non debba riflettere con attenzione su quanto è avvenuto domenica. E non perchè l'esito di queste comunali sia stato negativo. È stato un successo, grazie ai 160 comuni confermati o conquistati. Eppure, proprio perché non esistono più rendite, come dice il premier-segretario, c'è bisogno di un serio lavoro di rinnovamento. E non solo a Livorno o a Perugia.

Detto questo, sarebbe un grave errore banalizzare la questione. Ovvero avviare una resa dei conti fra «vecchio» partito e «nuovo» partito. Primo, perché i dati complessivi, come abbiamo visto, parlano di una vittoria e renderebbero incomprensibile una faida interna. Secondo, perché in questo momento uno scontro avrebbe riflessi negativi e, anzi, autolesionistici sulla stabilità del governo, ossia il fattore più positivo che il 41 per cento delle europee ha portato con sé.
Renzi ha tutti gli strumenti per avviare la riflessione, in particolare sul caso emblematico di Livorno e su altri incidenti di percorso in Italia centrale (ma anche a Padova e a Potenza). Ovvio che tale passaggio non sarà affatto semplice e tenderà a intrecciarsi con la questione morale che si è riaffacciata con prepotenza, portando in primo piano anche i volti del Pd. Ci sono ottime ragioni quindi perché il dibattito del dopo-voto si svolga con serenità e non si trasformi in un'arma impropria per annientare l'avversario.
In sostanza, il «vecchio» partito dovrà rassegnarsi. Né la perdita di Livorno né quella di Perugia o di Padova sono da ascriversi alla responsabilità dei «renziani». Almeno non in forme tali da autorizzare un regolamento di conti. Il che vale anche viceversa: una sorta di notte dei lunghi coltelli nel Pd non si giustifica con esigenze di potere, visto che Renzi ne dispone in abbondanza. Sarebbe semplicemente un errore.

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