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Solbes: «La crisi si supera con riforme strutturali»

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Lunedí 15 Settembre 2008

di Michele Calcaterra
La sala riunioni ha un soffitto a volta affrescato con immagini del lavoro quotidiano che simboleggiano l'agricoltura, l'industria, la finanza. Quella Spagna operosa che il ministro dell'Economia, Pedro Solbes, ha ora il difficile compito di rilanciare dopo oltre una decade d'ininterrotta "bonanza". Le cose non vanno bene. Il Paese è sull'orlo della recessione, l'inflazione galoppa al 5%, la disoccupazione si è spinta negli ultimi mesi fino a toccare l'11%, i consumi sono fermi e il settore immobiliare, un tempo motore trainante dell'economia, ha il fiato corto. Una crisi profonda, che ha evidenziato i limiti del modello spagnolo, ma soprattutto ha fatto capire che il "boom" è ormai alle spalle e che il miracolo è finito.

Come mai, signor Ministro, questo cambio di direzione così improvviso?

A causa di fattori interni, come la caduta del mercato immobiliare, che rappresenta il 17% del Pil spagnolo, ed esterni, come la crisi subprime, quella internazionale e la fiammata del petrolio.

La Spagna è realmente a un passo dalla recessione?

Difficile dirlo, anche se, dopo anni di sviluppo molto elevato, conosceremo nel terzo e nel quarto trimestre momenti difficili, di crescita negativa che si ripercuoterà sull'occupazione. Comunque, per il momento manteniamo inalterato il nostro quadro macroeconomico e le nostre previsioni che indicano una crescita del Pil dell'1,6% quest'anno e dell'1% nel 2009. Cifre che sono di referenza, perché la realtà dipende da fattori esogeni come petrolio, tassi d'interessi…

Come mai il deterioramento è stato più rapido del previsto?

Perché nella nostra analisi iniziale la decelerazione doveva essere la conseguenza del solo aggiustamento immobiliare. Pensavamo che la crisi statunitense fosse solo finanziaria, legata ai problemi subprime (in cui la Spagna non è implicata), invece ha toccato anche altre attività, creando una crisi generalizzata di liquidità che si è rapidamente estesa all'Europa e anche alla Spagna. Si è trattato di una sequenza anomala di fenomeni che non si potevano prevedere e comunque non di questa intensità.

Perché il Governo spagnolo ha tardato tanto nell'utilizzare la parola crisi e ad ammettere che il Paese era in gravi difficoltà? Forse per ragioni elettorali?

È stato un problema semantico, un dibattito un po' infantile alimentato dalla stampa. Parlare di brusca decelerazione o di crisi, infatti, non fa molta differenza. Escludo però che si sia trattato di una tattica preelettorale, tenuto conto che lo scorso gennaio, quando sono state convocate le elezioni politiche per marzo, la situazione congiunturale non era così grave come lo è stato successivamente.

Quanto tempo pensa durerà questa fase negativa?

Il 2009 sarà difficile, ma se – come credo – il prezzo del petrolio si stabilizzerà, se non ci saranno altri impatti negativi a livello internazionale o sorprese in ambito finanziario, se si recupererà la fiducia dei consumatori, nel 2010 ci sarà un recupero rapido. La Spagna, infatti, ha un potenziale di crescita superiore al 3%, ha le imprese, le capacità imprenditoriali e la manodopera. A maggior ragione se in questo periodo ne approfitteremo per fare le riforme strutturali necessarie.

Quasi tutti, in Spagna, danno la colpa della crisi al settore immobiliare. È così?

Il settore è importante ma, come ho già detto, non è la sola causa. C'è stata una caduta significativa dei consumi causata dall'inflazione, oltre a un sensibile aumento dei tassi d'interesse che ha causato problemi di finanziamento. Se a ciò si aggiungono la stretta creditizia, la rarefazione della liquidità ben si capisce perché il dinamismo della nostra economia sia stato toccato così seriamente.

E per quanto riguarda il settore finanziario, vede delle difficoltà all'orizzonte?

La finanza spagnola ha un importante vantaggio rispetto ai concorrenti: è ben capitalizzata ed evidenzia un'elevata redditività. Inoltre, conta storicamente su riserve superiori a quelle della media Ue e migliori di quelle richieste dai "ratio" di Basilea 2. Infine, non c'è stato alcun coinvolgimento nella crisi subprime. Non vedo quindi problemi.

Quali sono stati i principi che vi hanno guidato nel varare i recenti aiuti per tamponare la congiuntura negativa?

Dapprima abbiamo deciso di aiutare le famiglie e le imprese alleggerendo la pressione fiscale. Poi abbiamo deciso misure per assicurare la liquidità alle Pmi e al settore immobiliare. In totale, 40 miliardi di euro nel trienno 2008-2010.

A proposito delle ultime iniziative prese per sostenere il settore immobiliare, vale a dire una linea di credito agevolata di 3 miliardi di euro a chi affitta le case invendute e incentivi fiscali alla quotazione d'imprese di gestione immobiliare (Reits), perché avete scelto questa strada e non siete intervenuti direttamente nelle società in crisi come Martinsa-Fadesa?

Si tratta di due problemi totalmente differenti. In un caso ci veniva chiesto di adottare un sistema di finanziamento pubblico di circolante delle imprese che desse capitale per disporre di maggiore liquidità. Nell'altro, le due misure varate qualche giorno fa sono invece finalizzate a rivitalizzare il mercato degli affitti con l'obiettivo di allargare questo mercato, evitando così che gli immobili restino vuoti, e di offrire liquidità per far fronte alle difficoltà delle imprese del settore.

Qual è l'impatto di tutte queste misure sui conti pubblici?

  CONTINUA ...»

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