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Abu Omar: «Così mi hanno rapito e torturato»

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8 gennaio 2007

«Così sono stato rapito in in Italia e così sono stato messo in carcere e sottoposto a torture in Egitto». Con una lunga lettera scritta a mano, 6.300 parole in tutto, l'imam di Milano Osama Moustafa Hassan Nasr, meglio conosciuto come Abu Omar, racconta la sua avventura. Della lettera dà notizia, dal Cairo, il quotidiano americano Chicago Tribune.
Dopo l'11 settembre 2001, gli Stati Uniti hanno spesso utilizzato mezzi diversi da quelli ufficiali nel trattamento dei sospetti di terrorismo. Tra questi la cosiddetta "extraordinary rendition", il sequestro di un sospetto in un paese straniero e il suo trasferimento per l'interrogatorio in un paese terzo, in molti casi dove non esistono garanzie contro il ricorso a torture.
Il quotidiano di Chicago ha ottenuto una copia della testimonianza nella quale l'Imam racconta come fu fermato, il 17 febbraio del 2003, su una strada di Milano da una persona che diceva di essere un agente di polizia. Fu poi trascinato in un furgone, picchiato, e trasferito in aereo in Egitto.
La procura di Milano ha spiccato un mandato di cattura europeo per 26 agenti segreti americani e cinque italiani accusati di avere organizzato ed eseguito il rapimento di Abu Omar e di averlo poi trasferito al Cairo per essere sottoposto a interrogatori. Abu Omar avrebbe viaggiato su uno dei fantomatici voli segreti della Cia, prima in Germania, nella base di Ramstein e da qui in Egitto.
Il caso rappresenta un motivo di imbarazzo per il governo italiano e quello di Washington che da anni continuano a rimpallarsi le responsabilità sull'accaduto. Il capo della diplomazia americana Condoleezza Rice ha affrontato a più riprese il nodo delicatissimo delle attività segrete della Cia in Europa.
Seppure senza entrare nei dettagli ha difeso la pratica della rendition sottolineando come tutte le operazioni siano state condotte nel rispetto della sovranità degli alleati e abbiano consentito di proteggere l'America e l'Europa da attentati terroristici. Anche in Italia, secondo Washington, la Cia avrebbe agito con il benestare delle autorità italiane. Ma su questo nodo non c'è unità di vedute.
Abu Omar racconta anche nei dettagli la sua permanenza in Egitto. Per lunghi periodi veniva tenuto in celle sotterraneee "dove non si distingue tra il giorno e la notte e gli scarafaggi, i topi di fogna e gli insetti ti camminano addosso continuamente". Un racconto nel quale trovano posto le torture, gli elettroshock, i pestaggi, che gli hanno fatto perdere l'udito da un orecchio, e anche gli abusi sessuali.
Nessuno dei 25 agenti americani è atteso in tribunale questa settimana per le prime udienze sul caso. Gli inquirenti chiederanno al giudice di processare gli uomini della Cia in contumacia ed è probabile che saranno accontentati. La principale agenzia di spionaggio americano non commenta la vicenda. Un portavoce dell'agenzia ha smentito al Chicago Tribune che la Cia abbia avuto alcun ruolo nella rendition di Abu Omar e persino che questa sia avvenuta.
Secondo il quotidiano fino a poco tempo fa, i procuratori di Milano credevano di dover fare a meno di una testimonianza diretta di Abu Omar nella costruzione del caso contro gli agenti americani e i servizi italiani.
Dopo tre richieste andate a vuoto al governo egiziano lo scorso aprile il legale egiziano di Abu Omar, Montasser El Zayat, ha appreso che il suo assistito era stato convocato dal procuratore capo del Cairo, Sherif El Kady. Secondo quanto reso noto da El Zayat, uno stenografo ha preso nota dell'interrogatorio di Abu Omar. Non è chiaro se questo sia avvenuto in risposta alle richieste dei magistrati milanesi, tuttavia. La trascrizione della testimonianza non è mai arrivata in Italia, né è stata consegnata al legale.
Quando l'Imam apprese dalla moglie, Ghali, che la sua versione dei fatti non era mai stata diffusa, ha scritto a mano, la sua storia. I magistrati milanesi sarebbero, secondo il quotidiano, in grado di confermarne l'autenticità.
Abu Omar racconta il suo rapimento nei dettagli, compreso il tentativo di rianimarlo con un massaggio cardiaco, quando è stato vittima di un malore. Gli agenti lo stavano malmenando per impedirgli di resistere al trasferimento in aeroporto. L'arrivo al Cairo alle cinque del mattino successivo, in tempo per sentire la preghiera nella capitale. Dall'aeroporto il trasferimento nel quartier generale dell'intelligence egiziana dove un uomo che i rapitori chiamavano "il grande Pasha" gli ha chiesto se accettasse di collaborare in cambio del ritorno in Italia.
L'Imam rifiutò, gli vennero dati del cibo, carta e penna e l'ordine di stilare le sue memorie. Gli sono anche state mostrate molte fotografie di cittadini egiziani, tunisini, algerini e marocchini che vivevano in Italia.
Non rispondendo alle domande il detenuto ha innescato la serie di pestaggi e torture, le minacce di stupro. «Sono stato appeso a testa in giù come un bue al macello, con le mani legate dietro la schiena e i piedi legati, sono stato sottoposto a scosse elettriche su tutto il corpo, specialmente alla testa per indebolirmi il cervello».
Legato a un materasso sarebbe stato inondato da un getto d'acqua gelida collegato a una fonte di elettricità. «Ero vicino alle camere della tortura per lunghi periodi. Udivo i lamenti e le grida degli altri, volevano farmi crollare psicologicamente».
Secondo El Zayat, Abu Omar ha tentato di togliersi la vita almeno una volta. Sempre secondo il legale, un uomo, apparentemente americano, sarebbe stato presente agli interrogatori.
I sospetti ricadono su Robert Seldon Lady, il capo della Cia a Milano, che ha raggiunto il Cairo quattro giorni dopo l'arrivo di Abu Omar e vi sarebbe rimasto per due settimane. Secondo Daria Pesce, l'avvocato italiano che lo rappresenta, la visita al Cairo era semplicemente un "incarico ufficiale della Cia", negando alcun coinvolgimento con il caso.

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