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Lutto nel mondo del cinema, è morto il regista Ingmar Bergman

di Boris Sollazzo

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30 luglio 2007

«Il volto umano: nessuno lo ritrae così da vicino come Bergman». Con la solita prosa asciutta e ficcante, è forse Francois Truffaut ad aver raccontato meglio il grande Ingmar Bergman. Regista e drammaturgo svedese, è stato forse il cineasta più grande del Novecento. Graduatoria impossibile e forse inopportuna, ma pochi come lui hanno saputo raccontare l'animo umano con così tanti film, con così tanti ritratti di vita fatti di grandioso ed epico minimalismo, di indagine psichica e sentimentale profonda e mai retorica. Un genio assoluto. "Peccato, confessione, punizione, perdono e grazia". Queste le parole che il pastore luterano Erik, padre inflessibile che lui seguì in tutti gli spostamenti, fin dalla natia Uppsala, usava per educare il talentuoso Ingmar. Fuggì da lui, che lo voleva sacerdote, nel 1936 per andare a Stoccolma. Ma gli rimase dentro la figura del genitore, sarà esplicitata in ben tre film: Fanny e Alexander (1982), Con le migliori intenzioni (1992), Conversazioni private (1996). "In realtà io vivo continuamente nella mia infanzia - disse nell'autobiografia La lanterna magica - giro negli appartamenti nella penombra, passeggio per le vie silenziose di Uppsala, e mi fermo davanti alla Sommarhuset ad ascoltare l'enorme betulla a due tronchi, mi sposto con la velocità a secondi, e abito sempre nel mio sogno: di tanto in tanto, faccio una piccola visita alla realtà".

Gli inizi
A dispetto di quello che si possa credere, i suoi inizi, negli anni '40, a cavallo della Seconda Guerra, non furono facili. Personalmente e professionalmente. Il teatro dell'Opera lo vide aiuto-regista e autore apprezzato ma non riconosciuto. Il cinema (basta pensare a Crisi) lo giudica promettente, ma commercialmente nullo. Sono gli anni del suo grande amore per Camus, di cui metterà in scena molte opere, e degli amori più o meno tormentati per Else Fischer, Ellen Lundstrom e Gun Hagberg. Le sposerà tutte, e arriveranno anche due figlie. I suoi amori saranno anche le sue attrici feticcio, donne a cui dedicherà il suo cinema, donne che si consacreranno alla sua arte: Harriet Andersson (9 film), Bibi Andersson (11), Liv Ullman. Per tacere del gruppo storico, quello dello Stadsteater di Malmoe: Tunnel Lindblom, Max Von Sydow, Ingrid Thulin, la stessa Bibi.

Il successo
Gli anni '50 rappresentano l'inizio dell'epopea bergmaniana. Si inizia a scrivere una delle pagine di cinema più incredibili della storia, un'enciclopedia umana. Nel 1950 Bergman si avvia al successo con Un'estate d'amore, cui segue nel 1952 Donne in attesa. Nel 1953 Monica e il desiderio diventa un film-scandalo, per l'insolente sensualità dell'attrice Harriet Andersson. Nel 1955 realizza Sorrisi in una notte d'estate, suo primo successo europeo, che vinse il Festival di Cannes. Non si ferma più, insoddisfatto e pignolo, al limite della nevrosi depressiva. Del 1956 Bergman è forse il capolavoro dei suoi capolavori: Il settimo sigillo ottiene vari riconoscimenti, oltre al premio speciale al Festival di Cannes. L'Orso d'Oro al Festival di Berlino e il premio della critica al Festival di Venezia giungono, invece, grazie a Il posto delle fragole. Successivamente Alle soglie della vita e Il volto ricevono il premio come miglior regia rispettivamente a Cannes e a Venezia, mentre nel 1960 La fontana della vergine gli fa conquistare il suo primo Oscar. Nel frattempo si sposa una quarta volta, diventa direttore del teatro centrale di Stoccolma, si avvicina alla neonata televisione (ne capisce immediatamente le potenzialità) e realizza Come in uno specchio, primo capitolo di una discussa trilogia religiosa: sarà Oscar come miglior film straniero. Seguono Luci d'inverno (1962), premiato a Berlino e a Vienna e Il silenzio (1963), uno dei suoi film che diedero più scandalo. Nel 1964, colpito da una grave depressione, scrive Persona ed inizia una relazione con l'attrice norvegese Liv Ullman, dalla quale nasce Lynn (1966). Arriva un periodo quasi compulsivo: più di un film all'anno. Nel 1974 concluderà la storia con Liv Ullman (che per lui ritirerà il Premio Fellini a Roma nel 2005 dalle mani di Felice Laudadio) e si sposa l'anno dopo con Ingrid von Rosen nel 1975. Nel 1978, lo splendido Sinfonia d'autunno lo vedrà dirigere l'ultimo film interpretato da Ingrid Bergman, nominata all'Oscar per la settima volta, grazie a lui. Gli anni '70 sono anche quelli di Sussurri e grida (1972) e di Scene da un matrimonio (1973). Quasi ironico l'Oscar alla carriera del 1970: firmerà una buona metà delle oltre 40 opere della sua filmografia dopo quella data. Degli anni '80 e '90, del ritorno all'infanzia e alla figura paterna si è già detto.

Il dramma, il ritiro, il ritorno
La morte dell'ultima moglie, nonostante i nove figli (tutti attori), lo getta nella depressione. Si ritira all'isola di Faro, dove si fa arrivare pellicole per la sua sala privata, sempre curioso e attivo, ma ormai separato dal mondo. Questo non gli impedisce, nel 1997, di scrivere e dirigere lo splendido Vanità e affanni o di regalare alla sempre amata Liv Ullman la sceneggiatura de L'infedele. E ancora, nel 2000, lavori per il teatro e per la tv, tra cui spicca Sarabanda, seguito di Scene da un matrimonio e cofinanziato dalla Rai. A 89 anni, dopo aver ricevuto tutte le onorificenze possibili (è persino comandante della Legion d'Onore) è morto ieri, nella sua amatissima isola del Mar Baltico (era nato, invece, a Upsala il 14 luglio del 1918). «Non c'é nessuna forma d'arte come il cinema per colpire la coscienza, scuotere le emozioni e raggiungere le stanze segrete dell'anima», disse, capendo profondamente quest'arte meravigliosa e forse anche se stesso. E' morto nelle stesse ore di Michel Serrault. I due, forse, non si sono mai incontrati. Ma si sarebbero piaciuti.

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