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Sicurezza: la memoria del Dna in aiuto della giustizia

di Giovanni Negri

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15 settembre 2007

Al Garante la vigilanza, ma restano perplessità

Anche l'Italia avrà una banca dati del Dna. Dopo mesi di incertezze, legate a ragioni di merito (preoccupazioni per la salvaguardia della privacy, per esempio) e di copertura (solo nelle ultime ore sono stati trovati i fondi necessari, 10 milioni per partire e 6 all'anno in seguito), il disegno di legge è stato diramato ieri mattina. Il che significa che il provvedimento dovrebbe approdare a uno dei prossimi Consigli dei ministri, sbloccando così un'impasse che durava almeno dall'autunno scorso. Era il 12 ottobre 2006 quando venne approvato dal Governo un disegno di legge con le modifiche al Codice di procedura penale per consentire il prelievo di campioni biologici. A necessario completamento doveva essere varata la banca dati del Dna che però è rimasta sinora lettera morta malgrado il ministro dell'Interno, Giuliano Amato,si fosse impegnato all'adozione con gli accordi di Prum. Accordi che sono tesi a facilitare la circolazione dei dati relativi anche al Dna, oltre che alle impronte digitali, fra sette Paesi dell'Unione (Belgio, Francia, Germania, Spagna, Lussemburgo, Paesi Bassi, Austria).
La spinta al rispetto del Trattato si è rivelata decisiva soprattutto nella prospettiva delle indagini sui reati di terrorismo e criminalità organizzata che assumono sempre più una dimensione internazionale. Ma non solo. La banca dati del Dna è diretta anche, se non soprattutto, a scoprire gli autori di reati che oggi, in larga parte, restano ignoti, come nel caso di furti e rapine (1 milione e mezzo i furti denunciati nel 2005 di cui è rimasta impunità la quasi totalità), a rintracciare persone scomparse, a stabilire l'identità di persone decedute.
L'unica struttura presente in Italia, simile a quella richiesta per il test del Dna, è legata all'identificazione attraverso le impronte digitali, ma a mancare era stato fino a oggi il coordinamento per lo scambio di dati tra le forze di polizia e gli istituti di medicina legale ai quali di solito l'autorità giudiziaria affida l'analisi del Dna. «Tutti i risultati ottenuti dall'analisi del Dna – sottolinea la relazione al disegno di legge – rimangono confinati ai singoli episodi ed eventuali comparazioni di dati vengono effettuate con ricerche manuali». Due sono i canali principali attraverso i quali verranno raccolte le informazioni utili a ricostruire il profilo genetico: la prima è quella dei reperti biologici trovati sulla scena del reato (sangue, pelle, capelli). Gli elementi acquisiti dalla polizia giudiziaria o dalla magistratura attraverso perizia o consulenza tecnica dovranno essere obbligatoriamente inviati alla banca dati. I profili del Dna estratti dai reperti raccolti nel corso delle indagini penali e rimasti non attribuiti verranno poi confrontati con il profilo del Dna di persone note, che sono state sottoposte a privazione della libertà personale: soggetti cui sia stata applicata la misura della custodia cautelarein carcere o quella degli arresti domiciliari; persone arrestate in flagranza di reato oppure nei casi in cui l'arresto è consentito fuori dai casi di flagranza; persone sottoposte a fermo di indiziati di delitto; persone detenute o internate a seguito di sentenza irrevocabile, o sottoposte a misure di sicurezza detentive, a titolo provvisorio o definitivo.
A tutti questi soggetti sarà prelevato un campione di saliva. Una misura troppo invasiva? Per il ministero della Giustizia no, perché a una persona già privata della libertà personale può essere imposta un'altra limitazione. E, di norma, chi entra in carcere viene sottoposto ad altre misure di questo tenore, come la rilevazione delle impronte o il prelievo di sangue per verificare la presenza di infezione da Hiv o altre malattie.
In ogni caso, la banca dati non conterrà informazioni generali sul soggetto, ma servirà solo per la sua identificazione. La gestione della banca dati sarà affidata a personale di pubblica sicurezza da individuare con criteri che saranno oggetto di un futuro provvedimento. L'autorità giudiziaria o le Forze di polizia non avranno accesso diretto alle informazioni sui nominativi: se avranno bisogno di consultare la Banca dati dovranno prima chiedere di effettuare il confronto tra i reperti «ignoti» e i profili della banca dati. Solo se questo sarà positivo, saranno autorizzati a conoscere il nome del soggetto cui appartiene il profilo.

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