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Il presidente russo, Vladimir Putin

2 ottobre 2006

Tra Russia e Georgia storia di una crisi mai risolta

di Piero Sinatti

La crisi delle spie – scoppiata il 27 settembre con il non abituale (in questi casi), pubblico e umiliante arresto inflitto dalla polizia georgiana a quattro ufficiali russi dell’intelligence militare (GRU) “residenti” a Tbilisi e accusati di atti di spionaggio e sabotaggio – sembra essersi risolta per ora con la presa in consegna da parte dell’OSCE dei quattro.

Un compromesso che allenta la tensione e alleggerisce la condizione dei quattro.
Sembrava, questa, la più grave crisi tra quelle intervenute quest’anno nei già tesi e difficili rapporti russo-georgiani. Putin aveva convocato in seduta straordinaria il Consiglio di Sicurezza, domenica scorsa, e aveva parlato di “provocazione coperta da sponsor stranieri”, “terrorismo di stato con presa di ostaggi” e paragonato il presidente Saakashvili a Berija, l’onnipotente capo – georgiano - della polizia politica di Stalin.
Tuttavia, Putin non gettava benzina sul fuoco. Anzi, annullava il blocco delle operazioni di ritiro delle truppe russe dalle due basi georgiane, deciso poco prima fa dalle autorità militari russe.
Il ritiro, voluto da Tbilisi con l’appoggio di USA e UE (Conferenza di Istanbul, 1999) e accettato finalmente da Mosca nel 2005, dovrà essere completato dalle FFAA russe tra due anni.
Se l’ipotesi di un conflitto armato era esclusa, tuttavia sulla Georgia veniva fatta gravare la minaccia di una ritorsione, pesantissima per la sua economia e per il livello di vita della popolazione, che in epoca sovietica godeva del più alto tenore di vita di tutta l’URSS. Ora è uno dei più bassi della CSI.
Dopo il blocco dei visti, si sarebbe passato a quello, ipotizzato dal presidente della Duma, il putiniano Boris Gryzlov: divieto di trasferimenti e di altre operazione bancarie con la Georgia, nonché divieto delle rimesse inoltrate nel loro paese d’origine tramite posta dagli immigrati georgiani che lavorano nella Federazione in Georgia. Severi controlli su tutti i residenti georgiani in Russia. La maggior parte di essi sarebbero nelegaly , cioè migranti non in regola con i permessi di soggiorno e di lavoro. Molti di loro, inoltre, stando a dichiarazioni più o meno ufficiali di questi giorni di autorità russe, svolgerebbero attività criminali: un immigrato georgiano su 100 violerebbe la legge, molte volte più di quanto non facciano migranti di altri paesi della CSI. Affermazioni gravi (e inopportune) in un paese come la Russia percorso da una diffusa e cruenta xenofobia.
I georgiani in Russia sarebbero tra le 800 mila e il milione di unità (poco più di 4 milioni la popolazione censita in Georgia). L’ammontare delle loro rimesse supererebbe – secondo Gryzlov – 1 miliardo di dollari. Altre fonti raddoppiano la cifra: il che costituirebbe una somma pari al 20% dell’intero PIL della Georgia del 2005 (oppure a un sesto o un terzo dell’intero budget annuale georgiano).
Sarebbe stato, questo, un colpo ancora più grave di quello già inferto quest’anno a Tbilisi dalla decisione - presa su disposizione delle autorità igienico -sanitarie federali - di bloccare l’importazione in Russia del vino e delle acque minerali georgiani (la famosa acqua Borzhomi), che da sola costituiva oltre il 50% dell’export di Tbilisi in Russia. La quota dell’export proibito quest’anno rappresenta, tuttavia, non più del 5% 2-3% del PIL georgiano. Poca cosa, rispetto agli effetti del minacciato blocco dei trasferimenti e rimesse.

C’era stata, quest’anno, un’altra crisi (all’origine della “guerra del vino”) tra Russia e Georgia. Scoppiò lo scorso luglio, non a caso alla vigilia del G8 di San Pietroburgo, a seguito degli improvvisi attacchi da parte di truppe georgiane alle milizie delle formazioni separatiste di Sud Ossetia e di Abkhazia. Esse , secondo Tbilisi, sarebbero aiutate e armate dai peacekeepers russi (in tutto 2500 uomini) dislocati dalla metà degli anni Novanta ai confini di quei due paesi con la Georgia, su mandato della CSI legittimato dall’ONU.
Fondamentalmente, è il separatismo antigeorgiano delle due regioni che ha provocato il contrasto tra Tbilisi e Mosca, che risale agli anni in cui le due regioni si staccarono, manu militari, dalla sovranità georgiana, non senza l’appoggio militare di Mosca.
Dieci anni dopo, il potere dei separatisti si è consolidato. Gran parte degli abkhazi e degli ossetini hanno passaporto russo. Le loro economie (notevole il potenziale abkhazo) sono in fase avanzata di integrazione con quella russa. Un referendum che consacri definitivamente l’indipendenza (internazionalmente non riconosciuta, neppure da Mosca) è previsto per i prossimi mesi.
Ora, Mikhal Saakashvili ha fatto della riannessione alla Georgia di Ossetia meridionale e Abkhazia (annesse a Tbilisi per un’arbitraria decisione di Stalin) il fulcro della sua strategia, oltre che della sua ascesa politica nel 2004. Ma finora tutti i suoi sforzi sono falliti.
C’è stata una crescita in Georgia con tassi attorno all’8 -10% negli ultimi anni. Ma è dovuta soprattutto alla realizzazione del famoso oleodotto internazionale Baku-Tbilisi-Ceyhan (Turchia), fortemente voluto dagli USA, perché “bypassa” la Russia. Ma con poche o nessuna ricaduta sulla popolazione. Salari e pensioni non superano i 50 euro mensili e sono erosi da una crescente inflazione, ora attorno al 16%.
Per l’energia, la Georgia dipende interamente da una rete elettrica controllata dalla Russia e dalle forniture russe di gas e petrolio. Saakashvili (ripreso per questo dall’UE) ha accresciuto le spese militari, in vista dell’entrata della Georgia nella NATO, che Tbilisi e Washington vogliono accelerare, data l’importanza strategica del Paese nell’area caspica.
La crescente tensione con Mosca non facilita i piani di ricostruzione economica in cui Saakashvili si è impegnato dal tempo della “Rivoluzione delle rose”. E la sempre più stretta partnership politico-diplomatica e militare con la lontanissima Washington non assicura a Tbilisi i mezzi per ammodernare e migliorare la sua economia, che non risponde ai bisogni dei cittadini.
Le sanzioni di Gryzlov, una volta applicate, avrebbero potuto far salire l’insoddisfazione popolare a un punto critico. E’ bastata la loro minaccia (ma sicuramente anche le pressioni di Washington e Bruxelles) a spingere Tbilisi a più miti consigli in questo nuovo ”affare delle spie”. Da qui, la consegna dei quattro presunti spioni all’OSCE (un organismo che sovrintende ai processi di pace nel Caucaso meridionale).
C’è da aggiungere che in Georgia sono aumentate le tensioni politiche, in vista delle elezioni degli organismi locali, previste per novembre, ma anticipate da Saakashvili al 5 ottobre. Un’ondata di arresti (con accuse di “complotto”) si è abbattuta ai primi di settembre su personalità e gruppi di opposizione. Il presidente ha rafforzato il controllo sui media (specie la TV).
Accrescendo la tensione con la Russia, Tbilisi conta di raggiungere due obiettivi. Accelerare l’ingresso nella Nato e mobilitare il paese contro il nemico esterno, l’”impero” (la Russia), deviando l’attenzione dei cittadini dai reali problemi del paese.
Ora, però, le sanzioni minacciate da Mosca di far precipitare, oltre all’economia del Paese, anche le condizioni di un enorme numero di centinaia di georgiani. Quelli che sbarcano il lunario solo grazie alle rimesse provenienti dalla Russia.



 

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