La scorsa settimana – in coincidenza non casuale con il G8 di Heiligendamm – si leggeva sul Financial Times che il ministero degli esteri britannico «alzava l'allarme» sui rischi degli investimenti in Russia per le società britanniche. Il premier Blair aveva affermato, alla vigilia del summit, che le compagnie occidentali dovrebbero evitare la Russia, fino a che essa non arrivi a condividere i valori occidentali.
Non è così male il "biznes" con Mosca
Martedì 12, cinque giorni dopo, sullo stesso quotidiano, si leggono dichiarazioni di segno nettamente opposto. Le hanno rilasciate, nel corso dell'XI Forum economico di San Pietroburgo (9-10 giugno), importanti uomini d'affari europei.
Il presidente di Barclays Capital Hans Joerg Rudloff ha detto che «il governo britannico ha commesso un errore (…) la sua presa di posizione non riflette la realtà degli investimenti esteri in Russia». La «transizione di Mosca all'economia di mercato è stata coronata da successo e non può essere cancellata».
Dal canto suo Peter Hambro, Ceo della società mineraria dello stesso nome, molto presente in Russia: dichiarava che posizioni come quelle espresse da Blair e dal Foreign Office «mettevano a rischio gli interessi britannici in Russia».
Favorevoli ad incrementare gli investimenti in Russia, si dichiaravano anche massimi dirigenti di compagnie del settore energetico.
Il Ceo della major anglo olandese Royal Dutch Shell, Jeoren von der Veer, in un intervista di pochi giorni fa, affermava che la compagnia non era affatto allarmata dal fare affari in Russia.
Intervenendo al Forum di San Pietroburgo, il Ceo della multinazionale francese Total Christoph de Mergerie sottolineava che solo incrementando la cooperazione con la Russia si poteva far fronte alla crescente domanda energetica da qui al 2020.
Sono dichiarazioni significative poichè provengono da leader di società che sono state coinvolte l'anno scorso in contenziosi con Mosca. Gli stessi che hanno allarmato l'opinione pubblica e i politici occidentali, più del mondo degli affari.
Incidenti di percorso: il caso Sakhalin 2
Royal Dutch Shell (Rds), lo scorso dicembre, aveva dovuto vendere al monopolio russo Gazprom, dopo forti pressioni del governo, il 50% più un'azione del pacchetto azionario che le dava il controllo sul consorzio internazionale Sakhalin 2 (assieme giapponesi Mitsui e Mitsubishi e a Gazprom). Negli secondi anni Novanta, il Consorzio aveva avuto la licenza per sfruttare importanti giacimenti di petrolio e di gas in quell'isola del Pacifico. Un affare di circa 20 miliardi di dollari, comprendente la costruzione di pipeline, di un impianto per la produzione di gas liquido e un terminale per l'export in Giappone dell'Lng.
Il governo russo lo scorso autunno aveva minacciato di ritirare la licenza al Consorzio per violazione delle clausole ecologiche del contratto.
Rds restava nel consorzio, con le società giapponesi, cedendo all'offerta di Gazprom, concretizzata lo scorso aprile nella somma di 7,54 miliardi di dollari in cambio della sopra citata quota del suo pacchetto.
Anche Total era stata oggetto di simili pressioni relative alla licenza di sfruttamento dei giacimenti di Kharjaga, nell'Artico. E lo era stato Exxon Mobil per il progetto Sakhalin 1.
Il giacimento di Kovytka
Negli ultimi mesi è entrato in questione il giacimento di gas di Kovytka, Siberia Orientale, vicino alla Cina.
Qualche anno fa, la società Rusia-Petroleum, controllata dalla joint venture Tnk (industria petrolifera russa privata basata a Tjumen', Siberia occidentale) e dalla britannica British Petroleum (Bp), aveva ottenuto la licenza di sfruttamento delle riserve di Kovytka: 1,9 trilioni di metri cubi di gas.
La produzione avrebbe dovuto essere destinata prevalentemente a Cina e Corea del sud. Ma è Gazprom che controlla e decide l'export del gas. Detiene, per legge, il monopolio dei gasdotti e delle altre infrastrutture gasiere. In mancanza del gasdotto Siberia-Cina, che potrebbe massimizzare i profitti, Rusia Petroleum ha limitato l'estrazione, essendo troppo angusto il mercato locale. In questo modo, secondo i russi, avrebbe violato gli impegni contrattuali.
Da qui sono venute sia la minaccia del ritiro della licenza, sia la richiesta di Gazprom di ottenere la quota di maggioranza per il consorzio di Kovytka, oltre al controllo sull'export destinato a un cliente sensibile, strategico come la Cina.
Il contenzioso è tuttora in corso e ne ha parlato il primo vicepremier Dmitrij Medvedev (che è anche presidente di Gazprom) durante il Forum, auspicando una soluzione conveniente per tutti gli interessati.
Kovytka è un grosso affare. Può produrre entrate pari a 31,3 miliardi di dollari e un utile netto di 6,7 miliardi. Nonostante questo, Tnk-Bp cederà a Gazprom. La joint venture ha acquisito in Russia dagli anni Novanta grandi assets petroliferi, come quello di Samotlor, Siberia occidentale, ceduto dall'oligarca Potanin a Bp nel 1997 con la vendita della compagnia petroliera Sidanko.
Da questi assets, nel 2006, Tnk-Bp ha ricavato grandi profitti, 6,6 miliardi di dollari. A Kovytka è andato un investimento modesto 400 milioni di dollari. Conta, evidentemente, meno del greggio. Avanzi pure Gazprom.
Cause storiche
Il fatto è che gli accordi SPA (Sharing Production Agreement) , ovvero di "spartizione della produzione" tra russi e major straniere, furono siglati in un periodo in cui la Russia era attraversata da una grave crisi finanziaria e il settore energetico risentiva dei contraccolpi, eufemisticamente parlando, di difficili riassetti proprietari.
Mosca aveva firmato accordi svantaggiosi, soli in grado di garantire consistenti investimenti.
Ora, mutate radicalmente le condizioni finanziarie, aumentati considerevolmente i prezzi di gas e petrolio e ripreso il controllo statale sul settore energetico, Putin vuole (e ottiene) riscrivere gli accordi in termini favorevoli alla Russia. Tutto qui.
Per le società straniere si conservano ancora notevoli margini di profitto. Nel 2006 un terzo degli investitori stranieri in Russia ha aumentato di circa il 30% gli utili rispetto all'anno prima.
Bp ha fatto importanti investimenti. Per esempio, un miliardo di dollari nel gigante statale russo Rosneft', aiutato ad acquisire nell'asta dello scorso marzo importanti spezzoni dalla bancarotta di Yukos. Inoltre, ha reinvestito nella società mista formata con Tnk 1,25 miliardi di dollari. Ha acquisito, nel 2006, in Russia, 35 licenze operative.
Un campo di enormi potenzialità
La Russia è un campo di enormi potenzialità nel settore energia. Un enorme cantiere. Nello scorso anno sono stati "aperti" 37 giacimenti di greggio e di gas. Sono state concesse migliaia di licenze di esplorazione, con un incremento del 50% della spesa federale nel 2006 rispetto all'anno precedente. Sono stati individuati 63 siti "promettenti", tra cui offshore nel Mare di Okhotsk (versante estremo nord est), nell'Artico (dorsale Mendeleev), oltre che onshore in Siberia orientale e Jakutija.
E' iniziata da poco tempo, con la costruzione di un grande terminale petrolifero nella regione dell'Amur ai confini con la Cina, a Skovorodino, la prima fase di costruzione del grande oleodotto Espo (Siberia orientale - Oceano Pacifico). Avvierà al terminale cinese di Tajshet parte del greggio prodotto nella regione di Irkutsk.
Lo scorso lunedì sono iniziate le trattative tra Transneft' e il governo kazakho sull'ampliamento dell'oleodotto russo-kazakho Ktk, deciso il mese scorso con gli accordi intercorsi tra i presidenti Putin e Nazarbaev.
Ebbene, anche l'americana Chevron parteciperà al progetto, essendo tra i maggiori operatori petroliferi in Kazakhstan (giacimenti di Tengiz).
Sempre Chevron, assieme ad Astana, è interessata a partecipare al progetto di oleodotto russo-bulgaro-greco Burgas – Aleksandrupolis, destinato a trasportare greggio russo e kazakho dal terminale di Novorossijsk (dove arriva il Ktk) a quello bulgaro di Burgas, bypassando il Bosforo e raggiungendo l'Egeo. Anche Tnk-Bp ha manifestato interesse a questo progetto.
Politica e affari
Come si vede, i fatti smentiscono gli allarmi sui rischi russi. Che non sono stati denunciati solo dal Foreign Office e dal declinante Blair. Gli Usa (più i polacchi e baltici) ci hanno messo del loro.
Il fatto è che il clima degli affari si distingue da quello politico. Il secondo resta teso e incerto. Il primo segue un indirizzo opposto.
Il grande successo dell'XI Forum economico di San Pietroburgo dei giorni scorsi – esemplificato dagli impegni contrattuali per 13,5 miliardi di dollari a fronte di poco più di un miliardo totalizzato nel Forum dello scorso anno - dimostra che se rischi ci sono in Russia, le grandi imprese occidentali non temono di affrontarli. Citiamo, tra gli ultimi in ordine di tempo, nel settore energetico l'accordo tra l'italiana Enel ed Ees , holding russa dell'elettricità, mentre Gazprom starebbe per acquisire posizioni nella società britannica di distribuzione gasiera Centrica.
I rischi, del resto, secondo il mercato, fanno parte del gioco. Specie quando possono essere compensati da grandi profitti.