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Versace, il coraggio di rischiare

di Renata Molho

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14 luglio 2007

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Aveva una voce meno possente di quanto non fosse il suo personaggio. Una gentilezza innata, una sfacciata ritrosia. Gianni Versace ha introdotto nella moda il concetto di rischio, rompendo uno schema, perché aveva intuito in anticipo che i segni forti non hanno confine di genere: che vengano dalla strada, come le spille da balia dei punk, oppure dai musei d'arte, tutti raccontano semplicemente la vita e ne costituiscono l'alfabeto.Gli abiti sono stati per Versace le consonanti di una lingua complessa e articolata che ha trovato grandi consensi ma anche innervosito i benpensanti. Perché attraverso il suo lavoro esprimeva sfumature sottili di sentimenti, passione e la fierezza della fisicità.
Fu lui a inventare il fenomeno delle supermodelle contribuendo a portare a cifre stellari i loro compensi, che difese e giustificò quando, più tardi, i media ne avrebbero denunciato l'assurdità. Insegnò a Naomi Campbell che ogni abito ha bisogno di un atteggiamento preciso e unico per essere interpretato.
La vide crescere, rendendola celebre, e sembra che sia l'unico che riuscisse a contenere i suoi leggendari ritardi.
Versace aspirava a grandi cose fin da giovanissimo e si costruì il mondo che sognava. L'incontro con Gigi Monti fu sostanziale: fu la madre, Franca, che aveva una boutique a Reggio Calabria — dove Gianni era nato il 2 dicembre 1946- a presentarglielo. Immaginava che, con un autorevole incoraggiamento, suo figlio avrebbe potuto diventare un bravo stilista. Monti, visti alcuni suoi disegni, gli propose di lavorare per Callaghan, succedendo a Walter Albini. È il 1970 e Gianni Versace si trasferisce a Milano, al residence Principessa Clotilde. Seguono le collaborazioni con Genny e Complice, sempre affiancato da Monti che per una decina di anni ricoprirà per lui il ruolo di product manager. È sempre con lui che nei primissimi anni 70, e in anticipo sugli altri stilisti, Gianni va in America per la prima volta. Nel 79 apriranno anche uno show room a New York. «Curioso, tenace e determinato al successo, era un grande lavoratore e credeva fortemente nell'amicizia» ci racconta Gigi Monti. «Guadagnava molto, e io gli suggerii di investire nelle case. Gli feci comprare la prima, quella in via Spiga e successivamente, nel 1976, quella di Moltrasio». Uniti da una profonda amicizia, quando nasce la Gianni Versace Spa, Monti diventa suo socio al 20%. È il 28 marzo 1978 quando Gianni Versace presenta al Palazzo della Permanente, a Milano, la sua prima collezione donna firmata con il proprio nome.
In breve tempo arriverà a Milano anche il fratello Santo che entrerà in azienda insieme a Claudio Luti, rilevando la parte di Monti che, nel frattempo, compra e risolleva il marchio Basile. Il resto è storia nota: la sua creatività vulcanica, quel modo personale di raccontare la femminilità. Il suo nome potrebbe essere accostato a quelli di Thierry Mugler e Montana, ma la sua cultura italiana lo portò ad addolcire i toni e a dare un limite accettabile agli eccessi. Versace cambiava completamente stile da una stagione all'altra, sorprendendo tutti per audacia estetica e coraggio imprenditoriale. Costruì un universo variegato e contraddittorio, che però era inconfondibilmente Versace. Ha rappresentato la modernità mischiando i linguaggi e introducendo il concetto di trasversalità.
Ha compiuto impervie operazioni di decontestualizzazione come quella di trasformare il kilt, uno degli elementi più tradizionali e conformisti del guardaroba femminile, in qualcosa di totalmente inedito. Ha fasciato le donne in una maglia di metallo che ancora oggi rappresenta un mistero di armonia e bellezza. Ha dato insuperabili interpretazioni dell'intero apparato estetico femminile per condurre una battaglia che aveva come scopo la seduzione a oltranza. Magistrale nei tagli e nella costruzione degli abiti, ha anche usato toni provocatori e aperto le porte dei salotti buoni a un'estetica fino ad allora relegata alla periferia del gusto e ai margini della società. Così gli spacchi, le paillettes, l'esuberanza dei colori e dei dettagli hanno trovato con lui una nuova anima e un imprevisto spazio nel quotidiano.
Gianni Versace ci ha condotti nel territorio del " tutto possibile", dove non si bada ai convenevoli, dove la femminilità si esprime esplicitamente. Senza giri di parole. Ha influenzato gli atteggiamenti e il comportamento, rendendo consuete la disinvoltura e l'impertinenza un tempo riservate agli ambienti aristocratici. Amava ripetere una frase del suo amico Elton John: «Alcune persone nascono nobili. Altre realizzano la propria regalità ». Sensibile e curioso, caparbio e ambizioso, ha impresso un nuovo passo al pensiero, prima ancora che alla moda. Ha legittimato il desiderio, il senso di relazione tra sè e lo spazio, e lo ha fatto attraverso una sofisticata ricerca di forme, di cromatismi, di tecniche di stampa, che segnarono un'epoca.
Gianni Versace si divertiva a comprimere il tempo, avvicinando dimensioni lontane tra loro e riproponendole in chiave moderna. Ricordiamo le sue interpretazioni originali del mondo antico — greco, romano, bizantino —tradotte nel linguaggio parlato negli anni 80 del Novecento. Versace riuscì a trasformare un peplo in un abito adatto a un party intorno a una piscina hollywoodiana, facendo anche un uso superbo e inconsueto dell'immagine: da subito affidò la comunicazione ai fotografi più significativi, da Barbieri, a Richard Avedon, da Bruce Weber a Irving Penn, per arrivare a Steven Meisel. Trasse spesso ispirazione dalla pop art: è divenuta un classico del genere, pari solo al vestito di Yves Saint Laurent ispiratoa Mondrian, la foto di Linda Evangelista inguainata nell'abito in pailletes che riproducevai quadri di Andy Warhol.
Collezionista entusiasta, le sue case erano simili a musei, dove si ritrovavano pezzi di arte classica e opere contemporanee, in un caleidoscopio di emozioni contrastanti. Amava la bellezza, espressa in qualsiasi forma. E nutriva un amore sconfinato per il teatro e la danza. Con Maurice Béjart stabilì un rapporto professionale e amichevole indissolubile. Fu proprio Béjart a firmare il balletto
Barocco Bel Canto presentato il
25 giugno 1997, in anteprima europea, al giardino dei Boboli a Firenze. I costumi erano di Gianni Versace. Ma l'incanto di quel momento fu seguito da un dolore immenso per l'annuncio della sua morte, avvenuta a Miami solo venti giorni più tardi, il 15 luglio 1997.
Ora Donatella Versace, la sorella adorata, investita di una forte responsabilità, sta traghettando la maison in una nuova era.

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