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Shopping domenicale, le Regioni accelerano

di Francesco Abiuso e Eleonora Della Ratta

29 ottobre 2007
Le norme si adattano a tre diversi ambiti
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Verso una maggiore libertà di poter alzare la saracinesca quando si vuole, domeniche comprese, ma con gradualità. Il senso con cui le Regioni stanno procedendo nel regolamentare le aperture dei negozi - da quando la riforma del Titolo V della Costituzione ha assegnato loro questa competenza - sembra essere questo. Dai criteri rigidi che nel 1998 il decreto Bersani (Dlgs 114/98) fissava per le aperture straordinarie nei giorni non feriali e per l'ora di apertura e chusura dei negozi si sta passando all'approvazione di norme dal forte sapore liberalizzatore.
La liberalizzazione degli orari di apertura è ormai un dato di fatto: dal limite delle 13 ore giornaliere e dalle 22 come ora tassativa di chiusura stabilite dal decreto Bersani, oggi si concede ai Comuni (per esempio, in Abruzzo e Sardegna) la facoltà di derogare a questi limiti. Sentite le categorie interessate (commercianti, sindacati e associazioni dei consumatori) questi possono così concedere ai negozi di spostare la chiusura alla mezzanotte, superando anche il limite delle 13 ore di lavoro.
Su questo, così come sulle aperture domenicali e festive, la decisione viene rimandata ai Comuni, che però sono tenuti dalle leggi regionali a trovare la quadra tra interessi spesso contrapposti. L'ultima parola spetta comunque al sindaco, salvo poi che sul punto non vengano chiamati a pronunciarsi Tar e Consiglio di Stato, dietro il ricorso presentato da qualche categoria che si ritenga svantaggiata dalla decisione.
Dieci anni fa la situazione era ben diversa. Il decreto Bersani permetteva sì ai Comuni (sempre dietro concertazione) la facoltà di scegliere in quali giornate dell'anno concedere la deroga all'obbligo di chiusura festiva. Ma quest'ultima non poteva essere decisa per più di otto giornate all'anno (più le quattro domeniche di dicembre). La facoltà di derogare a questo limite era un privilegio lasciato solo alle città d'arte e ai Comuni riconosciuti come «ad economia prevalentemente turistica».
Dal 2001, invece, forti della nuova competenza assegnata loro in via esclusiva dalla riforma della Costituzione, i singoli Consigli regionali hanno cominciato a muoversi con molta cautela nel campo del commercio. Il terreno appare pieno di insidie: a testimonianza di questo, il fatto che la maggior parte delle normative regionali siano state approvate solo negli ultimi tre anni e che una Regione come il Lazio, in attesa di varare la legge base sul commercio, viva ancora quella che alla direzione Commercio definiscono «una fase di passaggio» tra il vecchio decreto Bersani e la futura legge regionale.
Dove già esistono, invece, le nuove norme sembrano essere collegate da un unico filo rosso: aumentare il numero delle giornate festive in cui si può restare aperti. In Abruzzo, per esempio, la legge regionale 25/2006, concede ai Comuni di derogare alla chiusura domenicale per un massimo di 28 giorni all'anno, mentre Puglia (legge 11/2003), Sardegna (17/2006) e Liguria (1/2007) non fissano più un tetto alle aperture.
Liberalizzazione moderata in arrivo in Lombardia, dove in questi giorni al Consiglio regionale è in votazione un progetto di legge (numero 199), che consentirebbe ai negozianti lombardi di stare aperti fino a 21 domeniche all'anno. Resistono eccezioni come l'Umbria, che con la legge 26/2005 ha preferito non modificare la regola delle 12 aperture annuali fissate dal Dlgs 114/98.
Centro di decisione, in tutte le regioni, resta il tavolo di concertazione tra Comuni e categorie commerciali e sindacali. Dove si è trovato, l'accordo ha portato ad accordarsi sul numero massimo di aperture possibili nel corso dell'anno. Così in Puglia, spiegano alla Confcommercio, ci si è assestati sull'implicito patto che le limita a due domeniche al mese.
Ma il punto di equilibrio non sempre si trova. «Abbiamo chiesto un accordo che limitasse il numero di aperture - afferma il presidente di Confesercenti Sardegna, Carlo Abis -. Purtroppo la richiesta è rimasta lettera morta. Tutto viene deciso Comune per Comune, sentite le categorie. Ma se manca un accordo tra le parti, il sindaco decide. E quasi sempre opta per l'apertura».
Quante discipline
Dalle leggi di recepimento del decreto Bersani (Dlgs 114/98) all'approvazione di codici del commercio, frutto della competenza esclusiva in materia assegnata alle Regioni dalla riforma del Titolo V della Costituzione. Il panorama delle normative regionali in materia di commercio è quanto mai variegato. L'ultimo testo è quello della Liguria (Lr 1/2007), ma anche altre Regioni lo hanno approvato: Puglia (Lr 11/2003), Sardegna (Lr 5/2006, modificata dalla Lr 17/2006), Umbria (Lr 26/2005), Abruzzo (Lr 25/2006), Friuli Venezia Giulia (Lr 29/2005), Emilia Romagna (Lr 6/2007), Toscana (Lr 28/2005), Marche (Lr 9/2005). In altre regioni si è in attesa di una nuova disciplina del commercio. Fanno da riferimento per gli orari di apertura le seguenti leggi: la Lr 22/2000 (modificata della 29/2004) in Lombardia, la Lr 33/1999 nel Lazio, la Lr 1/2000 in Campania, la Lr 17/1999 in Calabria, la Lr 19/1999 in Basilicata, la Lr 62/1999 in Veneto, la Lr 28/1999 in Piemonte. In Valle d'Aosta la Lr 12/1999 di recepimento del decreto Bersani è stata modificata dalla Lr 6/2001 (Riforma dell'organizzazione turistica regionale).

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