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Benzina sempre più cara. Ortofrutta sotto tensione

di Jacopo Giliberto

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3 gennaio 2008

Tutto rincara, cara signora. La giustificazione del fruttivendolo alla cliente per i prezzi – scarabocchiati con il pennarello su un lacerto di carta – è ormai solita: «È colpa del petrolio, cara signora». Gli economisti da anni cercano di sondare il mistero doloroso in base al quale i prezzi di ortaggi e frutta al dettaglio esposti dai fruttivendoli italiani sono il termometro più sensibile all'andamento del greggio quotato a Wall Street.

Può cominciare dalle cipolle bianche il viaggio nella vita di un consumatore italiano alle prese con il greggio a 100 dollari al barile. Si dovrebbe parlare di temi ben più strutturali dei kiwi; di problemi come l'inflazione, le tariffe di luce e gas, gli effetti per il sistema industriale. Con il greggio a 100 dollari ci saranno conseguenze sui costi per trasportare le merci e per gli imballaggi che le proteggono; la quotazione del petrolio entra in mille e mille prodotti chimici, come l'insetticida, la vernice della cancellata e il collante che fa aderire le piastrelle all'intonaco. Ovvio che salgono i costi del riscaldamento e la spesa in carburante dei pendolari imbottigliati sulla tangenziale. Gli effetti arrivano a settori energetici che in teoria dovrebbero essere del tutto autonomi: quando rincara il greggio, poche settimane dopo tocca al carbone e perfino all'uranio. L'inflazione potrebbe salire al 3 per cento.

Sia chiaro: l'effetto della volata a 100 dollari è modesto, appena un ritocco rispetto ai 95, 97 o 99 dollari di questi mesi. Come osservava ieri Pasquale De Vita, presidente dell'Unione petrolifera, il prezzo di 100 dollari è una soglia psicologica e ciò che conta è la tendenza, la durata dei prezzi muscolosi del petrolio. Poi ormai il petrolio è quotato in dollari ma è pensato in euro, e i rincari peseranno soprattutto sulle tasche degli statunitensi.
Le analisi dicono che, per il consumatore italiano abituato da mesi al greggio sopra i 95 dollari, le cose cambieranno poco. Sulle bollette elettriche e del gas gli aumenti sono già scattati con il cambio dell'anno, e fra tre mesi il prossimo aggiornamento dell'Autorità dell'energia non dovrebbe contenere sorprese da film thriller. Sul paniere Istat i carburanti pesano attorno al 2%, e tutta l'energia il 6 per cento. L'Ocse stima che un aumento del petrolio pari a 10 dollari al barile comporti un aumento del tasso d'inflazione dello 0,5 per cento. Di conseguenza, gli esperti sono sì preoccupati, ma non sono né allarmati né allarmisti.

Diversa, e assai più nervosa, è la percezione dei consumatori. Due sono gli indicatori caldissimi, cioè il benzinaio e il fruttivendolo. Sul cetriolo ha effetti immediati l'uragano sulle piattaforme nel Golfo del Messico, sul fagiolino influisce la nazionalizzazione petrolifera del presidente tuttofare sudamericano, sulla mela renetta hanno conseguenze dirette i borborigmi guerriglieri nella giungla centrafricana. Ciò accade al dettaglio, poiché le aziende agricole toccano i loro listini con criteri molto meno esosi rispetto agli ortolani di città.
L'aspetto più trasparente è sui carburanti. Gasolio e benzina sono ormai fissi attorno a 1,2-1,3 euro al litro con un prezzo finale formato per due terzi dal peso del Fisco. In cinque anni il prezzo del gasolio è aumentato del 50% e oggi ci vogliono 21,5 euro in più per un pieno diesel e 16,35 euro in più per un pieno di benzina. Con l'attuale livello di prezzi proiettato sull'anno, oggi un automobilista si troverebbe a spendere 750 euro in più annui per la benzina e 1000 in più per il gasolio rispetto allo stesso periodo 2002.

«Attenzione: non è questa la prima volta che il petrolio grezzo arriva a prezzi simili», avverte Adriano Piglia, già a capo della Esso Italiana e oggi guru dei petrolieri in Italia. «Se attualizziamo il dollaro, nel '79 il petrolio costava già 100 al barile; nell'80 la media era pari ai 110 dollari di oggi e si prevedeva un prezzo a ridosso dei duecento dollari. C'è però una differenza. In questo caso, il rincaro è partito da tempo, i consumatori europei si sono abituati». Aggiunge però Piglia: «Diverso il caso dei Paesi più poveri, dove uno scostamento piccolo dei prezzi mette alla fame milioni di persone. Per molte persone, vivere in una baracca lungo il Tevere è meglio che nel Paese di partenza».

Per Simone Mori, dirigente dell'Enel e accorto osservatore dei fenomeni economici, «il greggio a 100 dollari non sarà una rivoluzione. Si stima che per cambiare le abitudini di trasporto di un cittadino medio di un Paese evoluto la benzina dovrebbe costare cinque volte di più. Non si smette di fare la lavatrice con il Brent a cento dollari. Per incidere sugli stili di vita servono campagne sul risparmio energetico e politiche pubbliche più efficaci». Nel frattempo? Nel frattempo dobbiamo tenerci buona la frase del fruttivendolo: tutto rincara, cara signora.

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