Se i giovani lamentano di non trovare un lavoro sicuro le imprese invece faticano a reperire personale qualificato. Lo scenario, tuttavia, a sorpresa, per quanto riguarda le tipologie contrattuali si presenta stabile, con precariato contenuto e decisamente sotto la media europea. Secondo il primo Rapporto sul mercato del lavoro made in Italy, realizzato dall'Agenzia per il lavoro Ranstad Italia, in collaborazione con la Fondazione Marco Biagi, il Centro studi internazionali e comparati "Marco Biagi" dell'Università di Modena e la Scuola di Alta Formazione in Relazioni industriali e di lavoro di Adapt, emerge, infatti, un trend che va controcorrente rispetto a quanto percepito in generale dagli italiani, lavoratori e non. In sintesi, si riscontra una forte propensione da parte delle aziende a confermare le risorse valide nel giro di un anno e risultano pochi i lavoratori somministrati, a tempo determinato e ancora più di numero ridotto quelli con contratto di collaborazione. Da parte sua, invece, il fronte imprenditoriale rivendica un livello di preparazione spesso non adeguato a richieste e professionalità, con l'aggravante di una limitata esperienza lavorativa.
La metodologia. La particolarità di questo studio consiste nel fatto che ad essere intervistate sono state le aziende. In particolare, sul modello di una precedente analisi svolta in Olanda, il Paese d'origine del gruppo Ranstad, è stato adottato come strumento per le rilevazioni, un questionario in formato elettronico, - compilabile online da responsabili e addetti dell'ufficio personale delle realtà costituenti il campione, - composto da 23 domande, alcune delle quali comprensive di diverse sottodomande, per un totale di 55 quesiti e 290 variabili rilevabili, suddivise in diverse sezioni, relative a organizzazione e strategie aziendali, politica del personale ecc.
Il campione. «La costruzione del campione statistico, – ha spiegato il professor Michele Tiraboschi, direttore del Centro studi internazionali e comparati "Marco Biagi"e coordinatore dello studio, in occasione della presentazione dei risultati – ha rappresentato un aspetto centrale, ai fini della rilevanza scientifica del rapporto. Con l'obiettivo di definire, in via sperimentale, un prototipo e una metodologia replicabili negli anni, si è proceduto prendendo come riferimento la banca dati dei clienti di Randstad Italia, per individuare prima la popolazione e quindi un campione di imprese adeguato a rappresentarne le diverse tipologie e i settori merceologici, in particolare quelli in cui opera Randstad, nonché la diffusione territoriale». In totale, pertanto, hanno compilato il questionario 391 aziende, dislocate su tutta la Penisola, in modo equilibrato fra Nord e Sud e nel dettaglio, la distribuzione del campione per unità di personale mostra come più del 50% delle imprese intervistate sia composto da un numero compreso fra 6 e 50 dipendenti; il 28% fra 6 e 20 persone.
Le tipologie contrattuali. La modalità predominate risulta essere quella a tempo indeterminato e full time, che infatti riguarda un 77% del personale delle imprese, mentre si registra soltanto un 2% di contratti di collaborazione (occasionale, a progetto o coordinata e continuativa). Il part time, come ha sottolineato Tiraboschi, se pur in ripresa, - basti pensare che nel quadro nazionale è passato dall'8% del 2003 a un 16% - fatica ancora a decollare (nel campione è fermo a quota 6,2%). Si nota però, sempre limitatamente alle aziende Ranstad, che il lavoro in somministrazione è pari al 7,2% rispetto a una media nazionale che non arriva all'1%.
Donne in secondo piano. Con riferimento alla distribuzione dei generi all'interno delle diverse qualifiche e mansioni, si conferma la scarsa presenza "rosa" ai livelli più alti delle realtà aziendali italiane: le donne risultano sottorappresentate nella posizione dirigenziale e di operaia, mentre sono sovrarappresentate nella posizione impiegatizia.
Strategie di assunzione future. Nel medio periodo il 31% delle imprese intende aumentare il numero di dipendenti stabili (assunti sia a tempo pieno che parziale), il 53% ritiene che la dimensione dell'impresa in termini di occupati stabili tenderà a restare costante, il 6% ritiene si ridurrà e il 10% non formula un'ipotesi esplicita. In generale, il 28% delle imprese prevede di aumentare il personale occupato nell'impresa (sulla base delle diverse forme contrattuali), il 48% invece prevede che nel complesso il numero di occupati resterà stabile nel corso dell'anno successivo. Il 22% delle imprese intende aumentare il personale assunto in forma non stabile.
Manca personale qualificato. «Uno degli scopi conoscitivi dell'indagine – ha continuato Tiraboschi – consisteva nella verifica dell'eventuale difficoltà delle imprese rispetto alla dotazione di capitale umano e al reperimento di forza lavoro. L'elaborazione delle risposte ha infatti rilevato che il 49% incontra difficoltà nel reperimento di personale qualificato». E la ragione principale è risultato essere l'insufficiente esperienza lavorativa dei candidati (29%), seguito dal loro atteggiamento ritenuto inappropriato dalle imprese (24%) e dall'inadeguata formazione (22%) degli stessi. Accanto ad un maggiore investimento nel proprio capitale umano le imprese richiedono ai candidati una maggiore flessibilità e disponibilità ad accettare di lavorare in posti più distanti dalla propria residenza.
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