«Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell'indice Dow Jones, né i successi del Paese sulla base del Pil...che non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la compassione né la devozione al nostro Paese... Misura tutto tranne ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta». Vincenzo Manes rigira tra le mani il foglietto con la citazione di Bob Kennedy, una sorta di lettera-manifesto che torna buona oggi che i mercati sembrano un Far West attraversato da speculazioni selvagge e smodati arricchimenti. Manes, 48 anni, tiene molto al basso profilo. Sul sito della Kme, l'azienda del rame storicamente appartenuta agli Orlando e che ora controlla attraverso Intek, il suo curriculum è scarno come una pietra lavica. E molto spesso predilige parlare di filantropia (è presidente della fondazione Dynamo a favore del non profit) che di industria. Tranne quando, come di questi tempi, una colposa "tempesta perfetta" scatenata dagli eccessi della finanza di carta e dall'assenza di regole ne mette a repentaglio l'esistenza.
Martin Abbott, l'a.d. del London Metal Exchange ha detto che è folle tentare di arginare la speculazione sul mercato delle materie prime. Un po' come se Gambadilegno tranquillizzasse gli abitanti di Topolinia in fatto di lotta al crimine…
E magari mister Abbott pensa che nessuno la bolli come una visione di parte..
Lei come produttore di rame cosa dice?
I volumi scambiati sull'Lme sono scesi in brevissimo tempo da 1,2 milioni a 200 mila tonnellate, e lì si sono stabilizzati. Nel contempo il prezzo è passato da 1600 a 8500 dollari. Uno scarto inizialmente dettato dai fondamentali, ma poi la speculazione ha preso il sopravvento. Pensi che certi giorni la variazione di prezzo arriva anche a 500 dollari, cosa che non si era mai verificata nei vent'anni precedenti al 2003.
Ma c'è scarsità di materia prima?
Neanche per sogno, mai nessuno è rimasto senza rame. Quindi speculazione pura, con tutti i riflessi sull'economia reale che ciò comporta.
Per il petrolio non è molto diverso.
Infatti. Ho saputo dalle società di rating un particolare che la dice tutta: i più grandi compratori di studi sul settore non sono più i produttori di petrolio ma le case di brokeraggio. Insomma, più i finanzieri che gli industriali.
La finanza si è buttata sulle commodities dopo che la bolla dei prodotti strutturati era scoppiata.
Il dramma è che queste speculazioni selvagge impoveriscono la gente. Basta guardare alla crisi alimentare seguita all'aumento dei prezzi del riso e del grano. Ma vorrei darle un altro dato sul rame che mi pare significativo.
Anche sul rame c'è la bolla?
Nel 2000 facevamo quasi gli stessi utili di una miniera cilena. Oggi solo nel primo trimestre loro hanno fatto un miliardo di fatturato, con un ebitda di 875 milioni di euro. Forse c'è qualcosa che non funziona.
Di bolle si muore. O quanto meno ci si scotta. Così Alan Greenspan da salvatore della patria ora è sul banco degli imputati.
Da fantastico stimolatore della crescita a creatore di bolle. Però in America c'è la cultura del pragmatismo e del mercato sovrano, che segue il suo corso e poi si mette a posto da solo.
Allora bisogna imparare a cavalcare le bolle.
No. Bisogna smetterla di pensare che la crescita possa essere infinita, e la sua velocità esponenziale.
Chi si è comportato meglio, la Fed o la Bce?
La Bce è stata bravissima a gestire i problemi di liquidità del sistema bancario, un disastro nello stimolare la crescita.
A Francoforte dicono che non abbassano i tassi per non liberare altro denaro facile per speculazioni.
Sì, ma questo poteva andar bene prima di questa crisi. Invece che starsene chiusi in ufficio, dovrebbero andare in giro per capire quanto il loro rigore monetario incide in modo nefasto sulla vita delle aziende e delle persone.
La risposta è sempre la stessa: lo spettro dell'inflazione che aleggia, e che in Europa fa più paura che in America.
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