Dal prossimo anno per ricevere l'assegno sociale servirà un requisito in più. Non basterà risiedere in Italia, aver compiuto 65 anni ed avere un reddito pari a zero o «di modesto importo». Bisognerà anche aver lavorato «legalmente con un reddito almeno pariall'assegno sociale e in via continuativa per almeno 10 anni sul territorio nazionale». Così prevede il testo dell'articolo 20, comma 10, del Dl 112 nella versione emendata dal Governo e sul quale la Camera ha già votato la fiducia.
La stretta sugli assegni sociali eranata per tamponare il troppo facile riconoscimento del diritto a immigrati comunitari in condizioni di indigenza che entrano in Italia per raggiungere i parenti lavoratori.
Il vincolo posto nel testo originario del decreto restringeva così il via libera all'assegno (395,9 euro al mese nel 2008, pari a 5.142 euro l'anno) solo a chi avesse soggiornato legalmente in Italia per 5 anni.
Poi, nell'esame in Commissione su iniziativa di diversi parlamentari (Matteo Brigandì della Lega, Karl Zeller dell'Svp e Antonio De Poli dell'Udc) il periodo di soggiorno è stato alzato a 10 anni e s'è aggiunto il riferimento all'attività lavorativa. Modifiche che sono state confermate dal Governo. Se la misura non verrà toccata in Senato uno dei tre istituti oggi previsti per fronteggiare le situazioni di povertà estrema (oltre all'assegno socialeci sono anche l'indennità di accompagnamento e l'invalidità civile) sarà drasticamente ridimensionato.
Secondo datiInps, i nuovi assegni sociali che dovrebbero essere pagati quest'anno sono circa 55mila, mentre complessivamente lo stock degli assegni è attualmente pari a 200mila, per una spesa di 960 milioni di euro.
La prima versione del testo (quella che introduceva il solo limite dei 5 anni di soggiorno in Italia) era accompagnata da una relazione tecnica con le indicazioni di risparmio previste: 5 milioni nel 2009, 24 milioni nel 2010 e 52 milioni nel 2011. Sicuramente la versione modificata produrrà risparmi ancor maggiori. Con il paradosso, però, che il sussidio verrebbe riconosciuto solo a chi, avendo lavorato 10 anni con l'attuale sistema contributivo, raggiunti i limiti d'età si troverebbe già nelle condizioni di ricevere la pensione di vecchiaia.
Critiche su questa misura sono arrivate, ieri, dallo Spi-Cgil. Secondo il segretario nazionale Luciano Caon, regole più strette «concepite presumibilmenteper limitare l'accesso all'assegno sociale da parte dei cittadini neocomunitari, finisce per colpire in misura maggiore i cittadini italiani, perché, in base ai regolamenti internazionali sul ricongiungimento familiare, i cittadini comunitari potranno tener conto anche degli anni di soggiorno e lavoro nel loro Paese e in qualsiasi altro Stato dell'Unione».