Da «L'uomo non è di legno» alle false ricevute dei taxi, dalla giornalista "costretta" a lasciare una prestigiosa sede estera per presunte irregolarità al grande inviato di guerra soprannominato «Sciupone l'Africano», non si contano gli aneddoti aziendali che alimentano le chiacchiere in mensa o i pettegolezzi alla macchinetta del caffè. In effetti le "note spese" sono sempre state oggetto - oltre che di feroci contenziosi - di "miti aziendali" e di "eroi" (positivi e negativi) che vengono tramandati dalla cultura d'impresa descrivendo sia i severi "controllori-cerberi" sia i disonesti "dipendenti-taroccatori". Insomma, in azienda un po' come nel film «Guardie e ladri» di Mario Monicelli, con Totò e Fabrizi.
Adesso un rapporto, condotto in 18 Paesi dalla società Kds, mette a confronto le tecniche per "taroccare" i rimborsi spese. E anche chi bara di più: sarebbe addirittura un italiano su tre a gonfiare la propria nota spese.
È bella l'Italia degli onesti. Un po' meno quella dei disonesti che si attaccano a tutto pur di rimpinguare lo stipendio. La tradizione di indebite richieste di rimborsi spese ha radici profonde, e ora è arrivata appunto una ricerca internazionale ad attestarlo, come mette in evidenza un'inchiesta del Sole 24 Ore di domenica dedicata ai manager.
Dalle ricevute per spese inesistenti agli altri esborsi mai avvenuti, la lista delle piccole frodi operate dai dipendenti è lunga. Venirne a capo appare difficile: l'assenza di resoconti affidabili, sommata alla diffusa tolleranza aziendale (spesso da essere ormai una regola), rende il compito arduo a chi ricerca gli abusi. Ma qualcuno ci rimette il posto...