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Nucleare: l'Italia vuole chiudere i conti con il passato, ma manca un sito nazionale

di Anna Migliorati

7 luglio 2008

L'Italia questa volta ci prova davvero ad accelerare sul nucleare. Se ancora non su quello del futuro, almeno su quello del passato. Dopo anni tormentati il processo di smantellamento dei vecchi impianti nucleari negli ultimi quindici mesi ha avuto un'accelerazione in tutti gli impianti: nelle quattro ex centrali, a Latina, Trino, Sessa Aurunca e Caorso, e nei quattro impianti della ricerca a Saluggia, Casaccia, Rotondella e, ultimo nei giorni scorsi, Bosco Marengo.

"Nell'ultimo anno c'è stato forte impulso", spiega Luigi Brusa, direttore ingegneria e sicurezza della Sogin, la società costituita nel 1999 per gestire in sicurezza la chiusura del ciclo di vita delle installazioni nucleari italiane, il cosiddetto decommissioning. "Alla fine del 2007 è stato realizzato l'8% del totale delle attività di smantellamento, ma è stato pianificato di raggiungere il 40% entro il 2011".

Il primo ad essere definitivamente smantellato sarà l'impianto di Bosco Marengo, dove il cantiere è destinato ad essere chiuso nel 2009. Per la centrale di Trino Vercellese si pensa alla fine dei lavori nel 2013.
Se un conto è avviato alla chiusura ne resta aperto, però, un altro. Tra alcuni anni, nucleare o non nucleare, l'Italia dovrà raccogliere l'altra eredità: quella delle scorie. A partire dalla fine del prossimo decennio, rientreranno in Italia, infatti, i residui del combustibile irraggiato inviato all'estero per il riprocessamento. Le date stimate sono il 2017 per le scorie del combustibile italiano ceduto alla Gran Bretagna, il 2025 per quelle del combustibile andato in Francia. "Oggi in Italia non abbiamo scorie – spiegano ancora dalla Sogin -. Ma le avremo, che si facciano o meno nuovi impianti. La necessità di realizzare un deposito nazionale per le scorie radioattive rimane ineludibile".

Ogni giorno produciamo anche rifiuti radioattivi, in primis negli ospedali. Una quantità che, dicono le stime, ammonta a circa 1000 m3 annui, corrispondente all'incirca al volume di una piscina di medie dimensioni. "Il fatto che in Campania si trovino per strada in mezzo a rifiuti comuni anche rifiuti radioattivi, se pure di bassissima intensità, dimostra – dice ancora Brusa - come non si possa prescindere dalla gestione di rifiuti radioattivi in un paese moderno e andrà affrontata indipendentemente dalla decisione di un rilancio del nucleare".

Quante scorie avremo da smaltire? Il 90% dei rifiuti radioattivi prodotti dallo smantellamento di una centrale nucleare sono di bassa intensità, con tempi di decadimento al massimo di qualche centinaia di anni, e per questi basterebbe un deposito superficiale, come già hanno, ad esempio, Francia e Spagna. Rappresentano invece solo il 10 % i rifiuti ad alta attività, e di essi solo una minima parte, appena qualche decina di metri cubi, è costituita dalle scorie che rappresentano il materiale non riutilizzabile derivante dal riprocessamento del combustibile esaurito, i cui tempi di decadimento radioattivo sono dell'ordine di decine o centinaia di migliaia di anni, e che prima o poi dovremo riaccogliere in casa.

Dove metterle? Una domanda che ci si pone anche in altri Paesi europei come la Germania dove sono in corso studi sull'argomento. Da noi, tramontato il caso Scanzano, di deposito nazionale ancora non si parla. Una delle ipotesi per i rifiuti ad alta attività è una soluzione comune internazionale.
Ma il problema l'Italia che vuole tornare al nucleare dovrà porselo.

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