Secondo l'agenzia di rating statunitense, pur a fronte di una manovra 2009-2011 da 31 miliardi di euro, «l'alto livello del debito pubblico e l'onerosa spesa per interessi dell'Italia continueranno a limitare la sua flessibilità finanziaria fino a quando non vi sarà sufficiente volontà politica nell'affrontare le cause alla base del malessere del Paese: un settore pubblico sovradimensionato e inefficiente, una debole struttura di bilancio che ha portato ad una crescita rapida della spesa corrente, un sistema pensionistico oneroso, e le richieste che ricadono sul bilancio dello Stato a fronte di un sistema di federalismo fiscale ancora in fase di definizione».
Secondo Trevor Cullinan, analista del credito di S&P, «secondo quanto accaduto in passato, quando il precedente Governo Berlusconi in carica dal 2001 al 2006 comunicò obiettivi similari mancando però nella loro implementazione, la possibilità di alleggerire il peso del debito non dipenderà solo da quanto programmato in tema di politiche di bilancio, ma soprattutto dalla completa e puntuale esecuzione di tali programmi». E «le attese in merito ad un più energico intervento nella direzione di un consolidamento fiscale» sono ostacolate «dal peggioramento delle prospettive di crescita del prodotto interno lordo del paese. I vecchi ostacoli alla crescita economica sul lato sia delle infrastrutture fisiche ed istituzionali, sia delle rigidità strutturali del sistema paese, in particolar modo quelle del mercato del lavoro, non sono state ancora affrontate con decisione». «La crescita potenziale dell'economia - conclude S&P - continua a rimanere bassa ed il grado di competitività internazionale del paese rimane sotto pressione con perdite di quote di mercato nelle esportazioni. Nel lungo termine, le prospettive di crescita potrebbero ridursi ulteriormente, anche alla luce del profilo demografico dell'Italia».