Il confronto che da giorni oppone da una parte la Tata Motors e il governo comunista del West Bengal e dall'altra un partito locale schierato al fianco dei contadini ha convinto ieri la casa automobilistica a interrompere i lavori per la costruzione di un controverso stabilimento vicino a Calcutta. La decisione è stata presa dopo che, nella tarda serata di giovedì, oltre 3.600 lavoratori sono rimasti prigionieri per alcune ore nel cantiere della fabbrica a causa di un presidio di migliaia di manifestanti
Lo stabilimento di Singur, dove sta prendendo corpo il progetto più ambizioso mai intrapreso dalla casa di Mumbai, un'utilitaria da meno di 1.600 euro, è da giorni bersaglio di una protesta guidata da Mamata Banerjee, una leader politica diventata il punto di riferimento delle lotte contadine in tutto lo Stato. I manifestanti chiedono che la Tata rinunci a 162 ettari di terreno destinati agli impianti dei propri fornitori perché le persone a cui apparteneva la terra non hanno mai accettato gli indennizzi offerti dal Governo del West Bengal, considerandoli insufficienti.
Non è la prima volta che in West Bengal gli interessi di industriali e contadini collidono. Ma questa volta è improbabile che le manifestazioni vengano soppresse con la forza: poco più di un anno fa in occasione di un altro esproprio gli scontri tra contadini e la polizia del West Bengal costarono la vita a 14 dimostranti, costringendo il Governo a scegliere un'altra sede per il progetto.
Un portavoce di Tata Motors ha spiegato che la decisione di bloccare i lavori è stata presa «nell'interesse dei lavoratori» impegnati sul cantiere e che «è impossibile prevedere quanto a lungo durerà lo stop». Per il momento ogni tentativo di mediazione con la Banerjee, che fino a oggi non si è neppure seduta personalmente al tavolo del negoziato, è fallito. Lo scorso 22 agosto, quando i ritardi causati dalle proteste hanno iniziato a diventare consistenti, il presidente di Tata Motors Ratan Tata ha minacciato di portare lo stabilimento, e i 350 milioni di dollari di investimenti necessari per realizzarlo, in un altro Stato.
La casa automobilistica si trova sotto pressione per due promesse fatte in passato. La prima riguarda il prezzo di listino della vettura. Da quando la Tata annunciò l'intenzione di produrre una macchina da 100mila rupie le quotazioni di gran parte delle materie prime necessarie per realizzarla sono cresciute, mettendo pressione su dei margini già risicatissimi. Secondo la Tata, rinunciando ai 162 ettari e quindi delocalizzando la produzione di una parte della componentistica, l'obiettivo di per sé difficile di mettere in commercio una vettura da 100mila rupie diventerebbe impossibile. La seconda promessa riguarda i tempi: quanto Ratan Tata lo scorso gennaio presentò la Nano, questo il nome della vettura, annunciò che sarebbe entrata in commercio nell'ultimo trimestre del 2008, una scadenza che, a causa dei continui ritardi nella realizzazione dello stabilimento, sembra ogni giorno più difficile da rispettare.