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Senza etica globalizzazione alla deriva

di Antonio Fazio*

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30 ottobre 2008
Fazio torna con San Tommaso

Le grandi istituzioni internazionali nelle quali prende corpo la cooperazione tra Paesi e aree economiche, in primo luogo il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale, il Gruppo dei 20, il Gruppo dei 10, l'Unione Europea, sono da tempo impegnati, con risultati concreti in più fronti, anche se nel complesso ancora non soddisfacenti, nel rimuovere le cause di crisi e correggerne, per quanto possibile, gli effetti negativi e limitarne i danni.
Fino alla metà degli anni 90, nei grandi consessi internazionali l'accento era posto essenzialmente sullo sviluppo, da raggiungere attraverso una sempre maggiore libertà nella circolazione di merci e di capitali, ma non di persone.
A seguito di esperienze negative nei Paesi più deboli dal punto di vista economico e istituzionale, alla primitiva, talora ingenua, fiducia nella capacità delle forze di mercato di raggiungere risultati positivi in termini di crescita e di equa distribuzione dei benefici è subentrata una fase di ripensamento e di riflessione.
In alcune economie emergenti si sono affermati settori produttivi avanzati, ma sono entrati in difficoltà attività tradizionali. Altri Paesi sono stati solo marginalmente toccati dal progresso economico connesso con i finanziamenti e con gli investimenti internazionali.
Il progresso delle economie più arretrate passa attraverso l'instaurazione di forme di produzione moderne e di tecnologie avanzate. Queste vengono introdotte in genere da imprese multinazionali, normalmente collegate con imprese locali attraverso finanziamenti con capitali importati dall'estero. Grazie ai più bassi costi del lavoro si possono convenientemente esportare nei Paesi più ricchi prodotti a media tecnologia. Il progresso economico dovrebbe poi diffondersi agli altri settori, anche tradizionali e che servono il mercato interno, attraverso le iniziative e gli interessi di imprese locali.
Seguendo la teoria, attraverso il libero mercato si stabilisce un proficuo rapporto tra interessi individuali e benessere collettivo. L'attività economica, a tal fine, deve però esplicarsi in un contesto istituzionale nel quale lo Stato fornisce i beni pubblici essenziali per lo svolgimento ordinato della vita civile e di quella economica. Tali beni sono le infrastrutture, la difesa dall'aggressione esterna, l'ordine pubblico interno, la giustizia, l'istruzione, la ricerca scientifica di base, altri servizi essenziali dell'amministrazione pubblica.
Non a caso nella visione di Adam Smith, considerato il fondatore della moderna teoria economica – ma in Italia era stato preceduto da Antonio Genovesi, napoletano, in Francia dai fisiocrati, in Europa nel XVI secolo da un'ampia schiera di moralisti che avevano approfondito molti aspetti dal funzionamento dei mercati - i cittadini di uno Stato sono legati da sentimenti di "simpatia".
La teoria dei comportamenti che sono alla base del libero mercato è caduta, nel XIX secolo, nelle braccia dell'individualismo e dell'utilitarismo. La ricerca del benessere economico di una società si fonda allora essenzialmente sul conseguimento del massimo utile di ogni operatore economico e nella concorrenza.
II limite di questa visione che, dopo la caduta dei regimi socialisti, si è posta in molti casi e per molti aspetti come filosofia politicamente dominante, è in primo luogo costituito dall'incapacità di darsi carico del bene pubblico: questo richiede la cooperazione dei cittadini, non solo la concorrenza, in vista di alcuni obiettivi di interesse generale. Un altro limite è stato dato dal fatto che la teoria presuppone in tutti gli operatori la capacità di farsi concorrenza solo attraverso il miglioramento dei prodotti e la riduzione dei costi, senza ricorrere ad azioni volte a danneggiare esclusivamente i concorrenti e a forme di corruzione.
Se la libera concorrenza è rispettosa di un'etica, è regolata dallo scambio, anche soprattutto nella comunicazione, da essa, e cioè dal mercato, emergono i migliori. Se si ricorre a forme di corruzione, a informazioni distorte, a comportamenti comunque scorretti, dal mercato emergono i peggiori. Le attività oggetto di produzione e scambio nel libero mercato devono essere moralmente, eticamente corrette. Si pensi ai profitti enormi che possono derivare e che, ahimé, derivano in molti casi e in sistemi civilmente meno consolidati da attività illecite.
Esempi negativi negli esiti dell'applicazione di tale teoria divenuta un'ideologia si sono avuti nei Paesi ex-sovietici, dopo la caduta del comunismo; l'esplosione di un libero mercato con la ricerca del massimo profitto senza regole ha spinto molti operatori verso gli affari connessi con il contrabbando, lo sfruttamento della prostituzione, il traffico della droga.
La ricerca del massimo profitto scardina allora i fondamenti del vivere civile e distrugge la base dell'organizzazione sociale, l'armonia dell'ambiente di cui l'attività economica ha bisogno per ben prosperare.

* Ex Governatore della Banca d'Italia

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