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Le mafie si sono diversificate nelle regioni del Nord

Analisi di Roberto Galullo

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11 novembre 2008


Diversificare al Nord. Era il chiodo fisso del boss di Cosa Nostra Salvatore Lo Piccolo, ancora più convinto della necessità di espandersi dopo la cattura di Bernardo Provenzano.
L'obiettivo: fare affari ed esportare i metodi mafiosi oltre i confini regionali. Non è stato il solo boss a pensarci: dalla camorra alla ‘ndrangheta, passando per la Sacra corona unita, non c'è stata organizzazione criminale che non abbia esteso – ogni anno di più - le proprie radici al Nord.
Aldilà delle cifre e dei dati – da brivido – è questo il tasto dolente sul quale batte l'XI Rapporto Sos-Impresa di Confesercenti.
Lo Piccolo guardava con interesse a grandi operazioni immobiliari: a Chioggia e nella zona termale di Abano. Cosa Nostra imprenditrice, dunque, che molto ha da insegnare a chi invece si ingrassa speculando sulle disgrazie di commercianti e imprenditori, a partire dai più classici dei reati: racket e usura.
In Trentino Alto Adige – solo per limitarsi all'anno in corso – i Ros dei Carabinieri hanno annientato una rete capillare di estorsori, capeggiata da un boss della Sacra corona unita: Giulio Andrisano.
Ad ottobre a Borgiallo, alle porte di Torino, la guerra tra le cosche impegnate nel racket dei cantieri edili (oltre a traffico di armi e droga) ha lasciato sul campo un uomo, fatto saltare in aria con la sua auto. Come nei film di mafia, tanto per capirci.
In Lombardia – che vede Milano nuova capitale della ‘ndrangheta, come hanno avuto modo di chiarire l'ex presidente della Commissione antimafia Francesco Forgione e il sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia Francesco Macrì – ormai le radici sono talmente solide che, in alcuni comuni, il controllo del territorio è ferreo. Alcuni mesi fa – per citare un'operazione tra le tante – è stata arrestata una banda che a fronte di un prestito di 77mila euro pretendeva dall'imprenditore taglieggiato 187mila euro dopo 18 mesi, oltre all'intestazione di un complesso immobiliare.
Proprio l'asfissia dell'imprenditore e la successione al timone dell'impresa rappresentano del resto una strada maestra e ormai sperimentata attraverso la quale inquinare e strangolare l'economia sana e quella che resiste alla crisi.
L'Emilia-Romagna – la Gomorra del Nord – da questo punto di vista è ormai una testimonianza tangibile della penetrazione del clan dei casalesi e delle cosche di Reggio Calabria che, mentre prima si limitavano a colpire i corregionali che avevano fatto fortuna rilevandone infine le attività quando erano allo stremo, ora minacciano anche chi in Emilia-Romagna è nato e cresciuto. Ma il discorso sarebbe analogo se – come fa il rapporto – ci spostassimo in Liguria, Toscana, Marche e Umbria.
E al Nord il rapporto di Confesercenti guarda anche quando si rivolge a chi dalla linea del Po parte per fare il proprio lavoro al Sud. Confesercenti denuncia infatti il diffondersi presso alcuni imprenditori di una doppia morale per la quale ci si mostra ligi alle regole del mercato e dello Stato quando si opera al Centro-Nord Italia e ci si comporta, invece, con molta disinvoltura adeguandosi alle regole mafiose se si hanno interessi al Sud. "Un comportamento censurabile – si legge nel rapporto – che rappresenta un riconoscimento della sovranità territoriale alle organizzazioni mafiose, a danno dei principi di leale concorrenza e libertà d'impresa".
Una censura apprezzabile, così come encomiabile è la denuncia dell'intreccio affaristico-mafioso che si sviluppa in alcuni protagonisti della Grande distribuzione organizzata. Una sola cosa avrebbe meritato un ulteriore approfondimento: il ruolo delle banche nella scelta di molti imprenditori di seguire strade poco limpide e mettersi nelle mani della criminalità organizzata. Siamo certi che Confesercenti, come ha fatto nel passato, non mancherà di soddisfare questa curiosità.
roberto.galullo@ilsole24ore.com

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