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Mutui: con il tasso Bce la rata non cambia

di Rossella Bocciarelli

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30 novembre 2008

La "soluzione 4%" per i mutui a tasso variabile prevista dal provvedimento anti-crisi varato venerdì sera potrà forse essere un vantaggio per chi ha già acceso un mutuo prima casa e da oggi sa che nel 2009 potrà contare su un tetto massimo per le sue rate, perché la differenza di costo è a carico dell'Erario (sotto forma di credito d'imposta per le banche). Non è detto, tuttavia, che il meccanismo definito nelle nuove norme risulti altrettanto conveniente per chi si presenterà in banca a partire da gennaio prossimo, deciso a sottoscrivere un mutuo a un tasso variabile ancorato al saggio refi Bce (attualmente al 3,25%) e non più all'Euribor (attualmente oscillante tra il 3,65% e il 3,95% a seconda della durata).

Il provvedimento, infatti, prevede esplicitamente questa soluzione come opzione per il risparmiatore: «A partire dal primo gennaio 2009, le banche che offrono alla clientela mutui garantiti da ipoteca per l'acquisto dell'abitazione principale devono assicurare ai medesimi clienti la possibilità di stipulare tali contratti a un tasso variabile, indicizzato al tasso sulle operazioni di rifinanziamento principale e della Banca centrale europea». Ma nel testo di legge si aggiunge anche che «il tasso complessivo applicato in tali contratti è in linea con quello praticato per le altre forme di indicizzazioni offerte». In sostanza, il tasso complessivo resterà nella discrezionalità della banca, che deve seguire le condizioni prevalenti sul mercato per realizzare la raccolta obbligazionaria a fronte del mutuo. Il cliente che va in banca all'inizio dell'anno prossimo, quindi, dovrà valutare con molta attenzione se è più conveniente un mutuo ancora agganciato al tasso Euribor (che dopo il picco registrato nei mesi scorsi, quando era massima la rarefazione degli scambi sull'interbancario, ha ripreso a scendere) ma con uno spread basso, o se è meglio sottoscrivere un nuovo mutuo ancorato al tasso refi Bce ma magari con un onere aggiuntivo di 150 punti base di spread. Il ministro dell'Economia, del resto, lo ha spiegato con chiarezza: ciò che viene garantito dalle nuove norme è il diritto a chiedere, quando si sottoscrive il mutuo a tasso variabile, un tasso di riferimento più basso: «Su questo tasso, poi – ha detto Tremonti – la banca può fare il prezzo che vuole, ma lo deve dichiarare». Dunque, ci si può guadagnare in trasparenza, ma non necessariamente in denaro sonante. Senza contare il fatto che, come hanno fatto notare ieri alcune associazioni consumeriste, nel corso del 2009 il costo delle rate è comunque destinato a scendere sotto il 4 per cento. E che, semmai, sempre a causa della recessione in arrivo, chi potrebbe trovarsi in difficoltà, sono i debitori a tasso fisso, che hanno sottoscritto mutui al 6-7 per cento. «Probabilmente, questo tipo di provvedimento è arrivato fuori tempo massimo», osserva Paolo Martinello, presidente di Altroconsumo. «Oramai il problema non è più l'inflazione che sale ma la recessione in arrivo. Meglio sarebbe stato – conclude – se il Governo avesse scelto di stanziare fondi per chi improvvisamente le rate del mutuo non riesce a pagarle, perché ha perso il lavoro».

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