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Sulle news a pagamento l'Italia resta alla finestra

di Giuliano Balestreri e Giulia Crivelli

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19 maggio 2009

C'è voluto Rupert Murdoch per abbattere, con decisione e nel giro di pochi giorni, il tabù dei contenuti internet a pagamento. Il 7 maggio il fondatore della News Corporation lo ha detto chiaro e forte: l'era delle news gratis deve finire, è un modello di business insostenibile che non fa bene né ai bilanci delle aziende (nel primo trimestre gli utili del gruppo di Murdoch sono scesi del 47% a 755 milioni di dollari), né alla qualità dell'informazione. Quanto veloce e diffusa sarà la transizione da uno schema free (gratuito) a uno fee (a tariffa) non è però ancora chiaro. Né in Italia né all'estero, come dimostra il serrato dibattito in corso dal giorno delle esternazioni di Murdoch anche nel nostro Paese.
Per il momento la Fieg, che riunisce gli editori dei giornali, preferisce non esprimersi, ma qualcosa sta cambiando. Se fino a poco tempo fa l'unico motto era «il web deve stare aperto», adesso parlare di news a pagamento non è più tabù. «Gli editori devono fare uno sforzo ulteriore per capire come sfruttare i contenuti online. La rete è uno strumento come gli altri», incalza Federico Motta, presidente dell'Associazione italiana editori (di libri), che aggiunge: «Quello di internet gratis è un grande equivoco e l'accesso a pagamento ai contenuti potrebbe migliorarne la fruizione».
La posta in gioco è alta. Da un lato la necessità di reperire nuove fonti di reddito, dall'altra il problema di non perdere lettori: la raccolta pubblicitaria online, per quanto marginale, è ancora in crescita, ma un calo degli utenti sarebbe molto dannoso. «Credo che in prospettiva si debba riflettere su una moderna definizione di diritto d'autore», interviene Franco Siddi, segretario nazionale dell'Fnsi: «L'informazione professionale – continua – costa, non può essere paragonata ai blog. È necessario trovare forme di pagamento, sotto forma di royalty o abbonamenti». Di certo per il segretario dell'Fnsi bisogna pensare a soluzioni su scala internazionale «ed è un bene che si sia aperto un dibattito su questo tema, servirà a difendere l'informazione professionale».
L'Aie – almeno per il momento – non è direttamente coinvolta nella partita, ma resta un osservatore assolutamente interessato. Da tempo ha avviato un confronto con Google sul tema del diritto d'autore, «che riguarda tutti i contenuti online». Anche perché oggi il motore di ricerca di Mountain View è il principale aggregatore di notizie del mondo. «Curioso – continua Motta – che Google abbia l'immagine di società etica, quando invece è ad alto contenuto economico». Insomma il futuro sembra segnato, «ma prima che si muova davvero qualcosa – aggiunge Siddi – aspetteranno tutti le mosse di Murdoch». Intanto la prima sfida da affrontare sarà sui contenuti: online e carta stampata dovranno diventare complementari per non sovrapporsi ed evitare il rischio di cannibalizzazione da parte delle rete.
Ma fare marcia indietro, ha scritto ieri Financial Times, non sarà facile: «Per più di dieci anni si è accettato il paradigma che l'informazione su internet deve essere gratis, è necessario un vero e proprio cambiamento culturale, tanto più difficile in un momento di crisi economica». Se gli inglesi sono fermi a un livello teorico, gli americani sono già passati alla pratica: ieri la Cnn ha intervistato Gordon Crovitz, ex giornalista del gruppo Dow Jones, ma soprattutto ideatore del modello a pagamento del Wall Street Journal, unico quotidiano che, fin dalla sua nascita, nei lontanissimi anni 90, fa pagare per consultare gli articoli. Cravitz continua a scrivere una rubrica per il Wall Street Journal, ma soprattutto fa il consulente per le aziende che si occupano di media e tecnologia. «Non c'è un modello unico, ogni editore deve costruirsi il proprio. Sul sito del Wall Street Journal si paga tutto, tranne la sezione Op-Ed, quella dei commenti. Ed è capitato che molti lettori abbiano deciso, vista la qualità dei commenti, che valesse la pena di abbonarsi all'intero portale. Oppure c'è Barrons.com – prosegue Cravits –, il sito del settimanale del Dow Jones. Lì c'è una barriera temporale: i contenuti sono criptati dal sabato mattina, quando la rivista esce anche in edicola, alla fine delle contrattazioni di Borsa di lunedì, poi sono gratis».
Il problema vero, secondo Financial Times, non l'hanno i giornali specializzati, come quelli economici, ma i quotidiani generalisti. «Secondo un sondaggio Media Age, il 77% degli utenti internet non è disposto a pagare per i siti di informazione – scrive il quotidiano britannico – E uno studio commissionato a PwC dalla World Association of Newspapers ha confermato la disponibilità a pagare solo per contenuti economici o di sport e comunque solo se di qualità eccelsa».

19 maggio 2009
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