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Italiani scettici sulle misure anti-crisi

di Claudio Tucci

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30 giugno 2009

Un italiano su due è scettico sulle misure anticrisi adottate da governo ed enti locali per sostenere famiglie e imprese. Giudizi più severi nel Mezzogiorno, ma, complessivamente, sottolinea una ricerca del Censis, presentata a margine del dibattito su sfide e nuovi orizzonti del federalismo nel Belpaese, il 55,5% degli italiani non ha apprezzato gli interventi dei soggetti pubblici a sostegno di famiglie e imprese colpite dalla grave crisi economica mondiale in atto. In genere, Regioni, Province e Comuni, specie nel Nord-Est, sono state percepite dagli intervistati come più attive sul fronte anti-crisi e, comunque, più vicine ai loro bisogni (15% di consensi), a discapito, per esempio, del ministero dell'Economia, che racimola, appena, il 5,5% di apprezzamenti. Addirittura, peggio, Unione europea e Bankitalia, praticamente "snobbate" dagli italiani, con giudizi positivi ai minimi termini, rispettivamente, del 4,4% e 2,2 per cento.

Un terzo delle amministrazioni locali ha varato misure anti-crisi. Eppure, sostiene il Censis, gli enti pubblici, soprattutto, quelli locali, non sono stati proprio con le mani in mano, considerato come il 94% di amministrazioni comunali abbiano messo in campo misure straordinarie per contrastare la crisi. Negli ultimi mesi, ricorda il Censis, circa un terzo delle amministrazioni comunali ha varato "pacchetti anticrisi" per il 2009 molto articolati, rivolti a lavoratori in mobilità, cassaintegrati, commercianti, artigiani e famiglie in difficoltà. È emerso uno sforzo di coordinamento con le altre istituzioni locali, sia in "orizzontale" (il 29% con altri Comuni, il 50% con la camera di commercio, il 54% con i sindacati, il 42% con le organizzazioni di rappresentanza datoriali), sia in "verticale" (il 58% con le Province e il 42% con le Regioni).

Troppi vincoli per gli enti locali. Tante le penalizzazioni a cui i sindaci vanno incontro nel programmare le loro attività. Il 67% dei primi cittadini intervistati dal Censis, fa riferimento, soprattutto, all'impossibilità di utilizzare le risorse provenienti dagli avanzi di amministrazione. A queste si aggiungono, poi, i proventi della vendita di quote azionarie o porzioni del patrimonio immobiliare (il 36% delle risposte), anch'essi di fatto indisponibili per i vincoli imposti dal patto di stabilità interno. Ma pesa, anche, l'assenza di una precisa e collaudata articolazione dei poteri territoriali. Troppi, infatti, gli interventi che, seppur caratterizzati da buona volontà e competenza, non hanno inciso come ci si aspettava. E il giudizio negativo degli italiani sta a testimoniarlo.

Col federalismo, un migliore governo del territorio. Proprio da qui che deve (ri)partire la nuova sfida federalista (veniamo, infatti, sostiene il Censis, da ben 3 stagioni di spinte federaliste «ormai bruciate») e puntare a raccordare al meglio i diversi livelli di governo. Un appuntamento che si deve togliere di dosso ogni condizionamento politico. Come dimostrato, del resto, dalle recenti votazioni, dove, al di là dell'accresciuto tasso di astensionismo (-6,4% alle europee rispetto alle precedenti elezioni), si è assistito a un sostanziale bilanciamento nella guida delle giunte locali. Le Province amministrate dal centrodestra corrispondono a una porzione di territorio in cui risiede il 55,7% della popolazione e si produce il 54,1% della ricchezza italiana. Alle amministrazioni provinciali di centrosinistra resta una porzione di territorio in cui vive il 44,3% della popolazione e si realizza il 45,9% del valore aggiunto. Percentuali simili si sono registrate sul fronte comunale. Con la speranza, quindi, conclude il Censis, che "spolicitizzato" il dibattito sul nuovo federalismo, si possa puntare davvero (e finalmente) a realizzare «una governance locale finalizzata a far funzionare i rapporti tra i diversi soggetti attivi sul territorio secondo un assetto di poliarchia matura e responsabile».

30 giugno 2009
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