L'industria del cinema italiano è caratterizzata da tre P: polverizzazione, polarizzazione e parcellizzazione. Nel presentare, alla Luiss, il rapporto «Il Mercato e l'Industria del cinema in Italia», realizzato dalla Fondazione Ente dello Spettacolo in collaborazione con Cinecittà-Luce, Redento Mori, che ha guidato l'équipe di studiosi, mette diversi "puntini sulle i".
La fotografia delle imprese del settore viene dal Cerved che suddivide le aziende "cinema e video" in produzione, distribuzione e proiezioni. Risultano quasi 9.900 le imprese registrate e oltre 9mila quelle attive. Le Camere di commercio registrano l'esistenza di varie ragioni sociali, alle quali però non sempre corrisponde un'attività continuativa. Non è detto, insomma, che quella cinematografica sia la principale o la sola attività del "gruppone" di quasi 10mila imprese. Il 51,1% delle quali, in ogni caso, non sono società di capitali e fatturano circa il 20% dell'intero settore. Delle 4.400 società di capitali, per il 40% dei casi si tratta di Srl. E oltre 3.650 hanno un fatturato inferiore al milione di euro. Emergono, alla fine, 171 società, i protagonisti della scena cinematografica nazionale.
La parcellizzazione: qui la fonte è l'Enpals e vede ben 76.442 posizioni contributive, di cui, però, 45.800 lavorano, in media, 7,9 giorni l'anno. Quelli a tempo indeterminato si riducono infatti a 18.700, con una media di 5,3 occupati per azienda.
La polarizzazione, ovvero la concentrazione degli incassi e del controllo della produzione nelle mani di poche imprese, è causa ed effetto delle altre due P. Nei fatturati delle società l'incidenza della concentrazione appare inferiore rispetto agli incassi al box office ma «il mercato si conforma alle scelte di poche imprese» sottolinea Mori. Quelle integrate in Holding e gruppi internazionali, oltre a Rai e Mediaset. Va detto che la crescita a 123 dei film prodotti in Italia nel 2008 è dovuta a una trentina di prodotti amatoriali: non vi è alcun boom produttivo. Negli ultimi quattro anni, del resto, nessuna nuova società di capitali è entrata nel settore.
Gli investimenti privati valgono il 78,5% delle risorse messe in campo nella produzione. Il product placement, l'inserimento di marchi e prodotti nella narrazione cinematografica copre in media dall'8% al 10% dei costi totali. Per il credito d'imposta e la detassazione degli utili, in parte non ancora approvati dall'Ue, si attende un mancato gettito per lo Stato di 150 milioni, «una parte di quanto lo Stato ricava dal settore tramite le imposte indirette». Quanto ai finanziamenti pubblici, si riducono quelli statali a vantaggio di Regioni e Comuni. Il giro d'affari totale di quasi cinque miliardi è, probabilmente, più quello del settore audiovisivo che quello della produzione cinematografica, sempre per le difficoltà metodologiche dovute alla classificazione delle imprese.