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Corre sulla banda larga il futuro del paese

di Daniele Lepido e Antonella Olivieri

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21 ottobre 2009
Corrado Calabrò

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Tuttavia, dice lei, il primo passo dovrebbero farlo gli operatori. Ma Telecom Italia ha ancora la rete in rame e un suo piano di investimenti per la banda ultraveloce. Fastweb ha proprie strutture in fibra, Vodafone è soprattutto telefonia mobile, Wind è interessata alle città medio-grandi. Come conciliare interessi tanto diversi?
Gli investimenti previsti da Telecom sono limitati e con questi la rete non si realizza. Quindi o Telecom ha i mezzi per realizzarla da sola oppure si consorzi. Gli operatori hanno visioni differenti? Si confrontino: il luogo deputato è il comitato Ngn.

È possibile ipotizzare la realizzazione di una rete in fibra ottica senza partire dall'esistente, senza la rete di Telecom Italia? In altri termini, l'infrastruttura del Paese deve essere unica o possono coesistere reti parallele?
Ho una mia idea, ma non voglio entrare troppo nel merito. L'Autorità è aperta e laica rispetto a tutte le soluzioni. A me importa solo che la rete si faccia. Certo, l'ideale sarebbe fornire a tutti una velocità di navigazione di 50 mega e oltre. Ma una cosa è il progetto ottimale e un'altra il progetto fattibile. Gli operatori sono interessati solo alle "zone nere", quelle economicamente profittevoli. Allora partano dalle aree metropolitane, a macchia di leopardo, come si è fatto per il digitale terrestre. È l'unica possibilità se le esigenze sono diverse.

Pure il presidente Mediaset, Fedele Confalonieri, qualche giorno fa ha fatto riferimento in un convegno al modello del digitale terrestre, invitando gli operatori tv «a collaborare anche sul fronte della banda larga».
Confalonieri ha detto che anche la tv ha bisogno della fibra. Ne usufruiscano tutti, ciascuno nel proprio ruolo e nell'ambito di una rete aperta.

Si parla di ultrabanda, ma non si sa ancora che fine abbiano fatto gli 800 milioni di stanziamenti pubblici promessi per superare il digital divide.
Il piano prevede, entro il 2012, di estendere all'intero paese la copertura in banda larga con soluzioni Adsl fino a 20 megabit. A oggi però il finanziamento statale da 800 milioni non è stato ancora approvato dal Cipe. E senza questo non partono nemmeno gli investimenti degli operatori telefonici nelle zone meno profittevoli. Ma non va fatta confusione: parliamo di un intervento complementare per coprire le zone meno profittevoli e non sostitutivo dell'investimento nelle reti in fibra. Un progetto che non è un lusso, ma un valore aggiunto, più che mai in questa fase di crisi.

Il 50% della capacità di banda larga già esistente è però inutilizzata, sostiene l'incumbent. E se la domanda non c'è, il privato non è motivato a investire.
A oggi è chiaro che la domanda non c'è e tuttavia è oggi che dobbiamo investire. L'Italia vanta già tanti progetti d'avanguardia lasciati a metà: abortire anche questo significherebbe condannarsi al regresso.

Uno studio dell'Università di Oxford colloca l'Italia al 38esimo posto tra i 66 paesi considerati per qualità della banda.
Appunto, siamo vicini alla saturazione. Abbiamo una rete in rame che è stata la migliore del mondo, ma il tempo è passato. Nei momenti di congestione, anche dove è promessa una velocità di 20 megabit, non si arriva a 7. Oltretutto anche le frequenze mobili sono sovraffollate, tant'è che pure Vodafone sta guardando al fisso. La fibra ottica risolverebbe tutti questi problemi.

Passiamo al tema della parità d'accesso alla rete. A quasi un anno dalla nascita di Open Access ritiene si possa parlare di esperimento riuscito? Gli operatori alternativi non hanno risparmiato le critiche.
Ogni suggerimento migliorativo è utile fino a quando non diventa pretestuoso. Partiamo dai fatti: la quota di mercato di Telecom Italia nell'accesso di rete fissa è scesa al 75,6% a giugno 2009, con un calo di 18 punti in quattro anni. Nel confronto con gli altri incumbent, Telecom ha una quota allineata alla media degli ex-monopolisti europei (France Télécom, Deutsche Telekom, British Telecom e Telefónica). La situazione di partenza vede un solido sistema regolamentare dell'accesso che ha portato l'Italia a essere fra i leader europei nel full unbundling, sia in termini di quantità (oltre 4 milioni di linee attive a metà 2009) che di prezzo (a settembre 2009, solo sei su 27 paesi europei avevano tariffe inferiori). Sì, perché le tariffe italiane sono significativamente più basse rispetto a Paesi come Francia, Germania, Belgio.

E Open Access?
In questo contesto si sono aggiunti gli impegni che aprono la rete agli operatori alternativi, con una trasparenza e un'equivalenza di accesso del tutto nuove. Open Access ha riscosso il vivo apprezzamento delle istituzioni comunitarie. La commissaria Reding ha rilevato che potrebbe diventare un modello per tutta l'Europa e la Conferenza europea dei regolatori ha dato atto che la regolamentazione italiana, che permette di rendere gli impegni delle aziende vincolanti, è la più progredita d'Europa. Circa la posizione degli operatori alternativi, vorrei rilevare che gli impegni non sono "tutto e subito". Bisogna avere un po' di pazienza. Abbiamo creato e testeremo un modello nuovo per dimostrare come la rete, anche di un solo operatore, possa servire a tutti in condizioni di equivalenza. Inoltre, in anticipo su tutti gli altri paesi - e persino su Ofcom - è previsto che la regolazione pro-concorrenziale così configurata si proietti anche verso l'infrastrutturazione e la gestione di reti di nuova generazione. Non mi sembra un dettaglio trascurabile.

  CONTINUA ...»

21 ottobre 2009
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