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L'industria della musica in difficoltà, cresce solo il digitale

di Giorgio Maimone

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13 ottobre 2009

Nel corso del primo semestre del 2009 complessivamente la vendita di musica digitale in Italia ha segnato un tasso di incremento di assoluto valore (+36%), salendo a circa 10 milioni di euro. Nell'intero 2008 il settore aveva registrato un fatturato di 15,78 milioni di euro. Il download da internet e' cresciuto nei sei mesi del 21% e del 40% da mobile. Le vendite di album online sono cresciute del 31% contro il 21% dei singoli.
Questi i dati diffusi dalla Fimi, la federazione Industria musicale italiana, aderente a Confindustria nel corso di un convegno sull'evoluzione della musica nel web. Dati che sembrerebbero del tutto positivi, non fosse che, per contrasto, l'industria musicale tradizionale si trova invece a segnare il passo: il fatturato e' tornato sui livelli del 1989 e nel corso degli ultimi quattro anni (dal 2004 al 2008) si e' pressoche' dimezzato: da 304,2 a 162,28 milioni.
«A fronte di una crescita con notevoli cifre del digitale, si rimane ad un livello abbastanza contenuto in valore assoluto – ha spiegato all'agenzia Radiocor Enzo Mazza, presidente della Fimi - prosegue la fase di calo dei valori tradizionali non ancora compensati dal notevole sviluppo del digitale». «Teniamo conto - dice ancora Mazza - che abbiamo a che fare con un Paese, l'Italia, dove e' molto difficile fare business online, per tutta una serie di freni strutturali: scarsa diffusione della banda larga, limitata penetrazione dei personal computer, poca strategia istituzionale sul fronte dei contenuti, poca azione di sensibilizzazione sulle reti digitali». E anche, aggiungiamo, poca propensione degli italiani a pagare qualcosa quando la si puo' avere gratis: il fenomeno della pirateria digitale, il cosiddetto peer-to-peer, e' ben lontano dall'essere contenuto. Il 31% degli italiani comunque non acquista musica (contro una media europea del 25%) e solo il 2,3% la acquista online (11% nella Ue), ma il dato e' generalizzabile sul commercio elettronico: il 44% degli italiani non fa acquisti online contro una media Ue del 9%. Inoltre la diffusione dell'iPod e' su livelli superiori alla media europea (18% contro 15%, ma contro il 27% di Gb e Usa dove il download legale e' sostenuto), ma e' anche piu' alta la penetrazione di lettori mp3 generici (35% contro 27% Ue e 20% Gb) e secondo uno studio Jupiter, piu' e' alta la penetrazione dell'iPod piu' passa il concetto di download a pagamento, piu' sono diffusi gli mp3 generici piu' c'e' spazio per la pirateria.
Analizzando i dati del 2008 si vede che il 43,72% dei ricavi viene dal download, il 16,02% dalle suonerie true tone dei telefonini e la stessa quota anche dallo scaricamento di brani interi sui cellulari. Lo streaming, ossia l'ascolto stando collegati, e' limitato allo 0,26% da internet e allo 0,86% da mobile e gli abbonamenti a servizi di musica online rappresentano il 2,12% del totale. «Non e' vero che non vi siano modelli di business alternativi al gratuito, ma devono essere sviluppati anche su base tecnologica: ad esempio, come sta succedendo in altri Paesi, avendo il costo del servizio "annegato" nella bolletta telefonica del service provider oppure con abbonamenti. Sky ad esempio ha lanciato Sky Song che sara' una piattaforma simile a quella di iTunes, ma sulla base di un prepagato. Poi c'e' il fenomeno You Tube che genera ricavi, anche se con numeri molto contenuti. C'e' un generale ottimismo sul digitale che sicuramente rappresenta la strada dove dobbiamo andare per cercare il business del futuro».
Mazza ha poi sottolineato le analogie del mecato della musica con quello delle news. «Non per tutti i clienti va bene lo stesso modello di business. L'offerta va veicolata in modo diverso a seconda del pubblic. E noi veniamo da una tradizione, quella discografica, quella della plastica, che ha sempre impacchettato il disco in un supporto e l'ha venduta a tutti i tipi di pubblico nello stesso modo». E forse le case discografiche ci hanno messo tanto a capirlo. «E' vero ma se guardiamo gli altri settori, venuti successivamente sull'online, vediamo che stanno facendo esattamente gli stessi errori che abbiamo fatto noi. Nonostante abbiano avuto davanti l'esempio dell'industria discografica. Vedo scenari - dice il presidente della Fimi - in altri settori a noi contigui, dove, non si capisce perche' ma e' come se uno avesse attraversato una giungla con davanti uno sherpa che tagliasse tutti i rami e invece di seguire lui prende un'altra strada e dice "no, i rami me li taglio io, perche' li taglio meglio". Cosi' si stanno facendo gli stessi errori.
La televisione o i giornali riflettono sul fatto che il mercato digitale e' ancora un mercato piccolo e allora e' meglio restare sui settori tradizionali, perche' tanto ci vorranno anni perche' si evolva. In realta' anche nel nostro settore e' successo all'inizio che tutti pensassero che si evolvesse lentamente, pero' poi invece l'impatto a un certo punto e' stato talmente travolgente che l'industria tradizionale non ha retto piu'. Ed esattamente la stessa cosa succedera' nella televisione e nei giornali, perche' comunque la rivoluzione e' tanto forte che colpira' in maniera repentina».

13 ottobre 2009
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