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La classifica mondiale della sostenibilità: Italia al 15° posto

di Ilaria Verunelli

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10 dicembre 2009
Guarda la classifica
La mappa mondiale

È possibile misurare la performance di un paese in termini di sviluppo sostenibile? Che impatto avranno le politiche ambientali, sociali o economiche sul benessere delle generazioni presenti e future? Proprio mentre i governi sono riuniti a Copenaghen per trovare un accordo sulle future politiche sul clima, la Fondazione Eni Enrico Mattei ha presentato un nuovo indice che permette di confrontare la sostenibilità non solo tra i diversi paesi ma anche nel tempo. L'indice Feem Si è stato costruito selezionando – sulla base delle fonti internazionali più conosciute e autorevoli - indicatori relativi alle tre componenti principali della sostenibilità: quella economica (Pil, la quota di spesa per consumo e quella di investimento per l'innovazione), quella sociale (ad esempio il tasso di crescita della popolazione, la quota di energia procapite, la spesa in assicurazioni e pensioni, la spesa pubblica in istruzione, spesa sanitaria) e quella ambientale (intensità di carbonio dell'energia, emissioni di gas terra pro capite, importazioni di energia, energia pulita, etc..). Gli indicatori, inoltre, sono stati costruiti all'interno di un modello dinamico che permette di produrre proiezioni per il futuro.

Ebbene, tra le quaranta regioni incluse nell'analisi dell'indice di sostenibilità Feem nel 2009 l'Italia si colloca al quindicesimo posto della classifica mondiale. Rispetto agli altri paesi europei, la performance italiana supera solo quella di Spagna, Portogallo, Grecia e dei paesi dell'Est. Il deludente risultato italiano, spiegano i ricercatori, «è dovuto soprattutto alla componente ambientale, in cui essa occupa solo il ventiseiesimo posto». La componente sociale è invece quella che ottiene i risultati migliori (8° posto), seguita, a breve distanza, da quella economica (14°). Al primo posto, nella classifica del 2009, la Svezia – le cui performance sono alte sia per la componente economica, sia per quelle ambientale e sociale -, seguita dalla Finlandia e dal Canada. Al quarto posto la Gran Bretagna che, spiega Carlo Carraro, coordinatore del programma di ricerca per lo sviluppo sostenibile della Feem e rettore dell'Università Ca' Foscari, «non brilla in alcuno degli indicatori, ma fa abbastanza bene in tutto».
Basta guardare la mappa mondiale dell'indice di sostenibilità Feem per rendersi conto che, in generale, i paesi sviluppati presentano una migliore performance rispetto a quelli in via di sviluppo. Solo due paesi non europei, il Canada e il Giappone, si inseriscono nella top ten della classifica, mentre, tra le regioni europee, solo l'area ex sovietica si colloca negli ultimi dieci posti. La maglia nera va all'Africa (esclusi i paesi del Nord e il SudAfrica) che ha il punteggio più basso dell'indice di sostenibilità.

Rispetto ad altri indici analoghi, il Feem Si, spiega Carlo Carraro «presenta alcune novità a partire dalla coerenza tra gli indicatori, garantita da un modello strutturale dell'economia mondiale». Inoltre, l'indice Feem permette di proiettare gli indicatori nel tempo e di simulare l'impatto di politiche economiche della sostenibilità. La Fondazione Enrico Mattei ha così elaborato possibili scenari futuri, da oggi al 2020. Se, per esempio, non venisse introdotta alcuna politica nel 2020 la top ten non rimarrebbe sostanzialmente immodificata. Cosa succederebbe, invece, se a livello di policy globale, le emissioni venissero ridotte a partire dalle posizioni negoziali presentate a Copenaghen (con un diminuzione dei gas serra pari all'8% delle emissioni dei paesi sviluppati al 1990)? Ipotizzando questa e altre condizioni, paesi deboli in una sola componente della sostenibilità, come gli Stati Uniti, riuscirebbero a recuperare ben 4 posizioni e il Giappone 5.

Grazie a un sito interattivo, inoltre, anche gli utenti possono calcorare l'indice di sostenibilità di un paese e valutare l'effetto dell'introduzione di politiche per la sostenibilità.
«È importante che le nostre ricerche vengano lette sullo sfondo della crisi – spiega Bernardo Bortolotti, direttore della Fondazione Enrico Mattei -. Una scuola di pensiero pensa alla crisi economica come a un elemento dirompente, una scossa che possa portare a una nuova concezione dell'economia, nella quale trovi più spazio il concetto di sviluppo sostenibile». E dove l'attenzione si concentri su nuovi indicatori che superino i limiti del Pil.

10 dicembre 2009
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