La maggior recessione mondiale degli ultimi 80 anni ha obbligato un numero crescente di aziende a chiudere i battenti. Nello scorso anno ogni giorno sono infatti fallite più di trenta imprese. E nel primo scorcio del 2010 lo scenario mostra segni di aggravamento.
I dati parlano chiaro. Nel 2009 le società entrate in procedura fallimentare sono risultate esattamente 11.477, con una crescita del 26,6% rispetto all'anno precedente, quando il numero dei default si era fermato a poco più di quota 9mila. Nel 2007 avevano invece portato i libri in tribunale "soltanto" 7.755 aziende. In termini percentuali la crescita del 2008 sul 2007 era stata del 16,9 per cento.
Le elaborazioni Unioncamere registrano già da un paio d'anni l'accelerazione delle procedure fallimentari.
Ma non basta. Secondo le prime stime della Camera di commercio di Milano, nei primi tre mesi del 2010 le procedure concorsuali a livello nazionale si sono impennate del 46% rispetto allo stesso periodo del 2009. In termini assoluti siamo infatti passati dai 2.210 casi del 2009 ai 3.226 rilevati tra gennaio e marzo. I concordati preventivi risultano 325, con un'accelerazione ancora più marcata (+62,5%) rispetto all'anno precedente.
Nella classifica regionale delle procedure concorsuali troviamo al primo posto la Lombardia, con oltre il 21% dei casi, e quasi 700 default nel primo trimestre dell'anno. Al secondo posto c'è invece il Veneto, con una quota percentuale dell'11% sul totale, seguono Toscana (9%), Emilia-Romagna e Piemonte (7%).
L'analisi per provincia realizzata dall'Unioncamere sulla base dei dati sui fallimenti 2009 ponderati per ogni mille aziende presenti sul territorio indica l'impatto reale dei default sul tessuto economico locale.
Tra le aree più "penalizzate" su questo versante troviamo ai primi posti il Nord-Est, con in testa Gorizia (4,58 procedure aperte ogni mille società e un'impennata rispetto all'1,67 del 2008), seguita da Pordenone (4 per mille).
«Il fallimento – dice Ferruccio Dardanello, presidente di Unioncamere, gettando acqua sul fuoco – è traumatico nella vita di un'impresa, ma la crisi non ha innescato "patologie" nel corpo dell'imprenditoria. L'entità del fenomeno riguarda una quota molto piccola delle imprese, e anche nel 2009 siamo rimasti al disotto del due per mille rispetto al totale delle imprese». L'accelerazione che abbiamo registrato sul finire del 2009, continua Dardanello, è comunque un segnale che ci deve «far tenere alta la guardia perché gli effetti della crisi, soprattutto in termini di occupazione, continueranno a pesare sul rilancio dell'economia ancora per il 2010». La media nazionale dei fallimenti si è attesta su quota 1,89 per mille imprese attive (1,20 nel 2008 e 1,17 nel 2007).
Certo non va dimenticato che le imprese si trovano sempre più spesso nella morsa convergente di default e credit crunch, come da tempo denunciato dal sistema confindustriale.
Prendiamo il caso di Treviso. Il Tribunale ha registrato dal primo gennaio al 27 marzo 73 fallimenti; erano stati 237 in tutto il 2009 e 168 nel 2008. Nel medesimo periodo, sempre nella stessa provincia, vi sono stati 11 concordati preventivi (50 nel 2009 e 29 nel 2008).
«La situazione dei fallimenti – racconta Alessandro Vardanega, presidente di Unindustria Treviso – riflette qui come altrove l'andamento ancora negativo dell'economia. Rimarchiamo che nell'accesso al concordato va evidenziata la necessità che siano tutelati i creditori più piccoli per evitare ulteriori penalizzazioni e distorsioni che alimentino a loro volta la crisi, colpendo soprattutto le imprese di piccole dimensioni». Per il leader industriale veneto, però, rimane valido «l'impianto della legge in materia e l'obiettivo di mantenere, dove possibile, la continuità aziendale».
Non mancano infine anche i contraccolpi sui conti degli istituti di credito se si guarda alle cosiddette "sofferenze bancarie". Proprio ieri, il Ceo di UniCredit ha detto che il gruppo ha iscritto in bilancio 8.313 milioni di rettifiche nette sui crediti, con una crescita del 125% rispetto al 2008, quando erano stati registrati 3,7 miliardi di euro.

Le difficoltà del tessuto produttivo
Sono 300mila i professionisti che rischiano di dover chiudere

 

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