Ventitrè miliardi di euro. Questo il costo annuale dei ritardi strutturali del paese. La scoraggiante "conta" dei costi è stata fatta dal Rapporto dell'Osservatorio sulle liberalizzazioni in Italia, redatto da Cermes–Bocconi per conto di Federdistribuzione. Il secondo rapporto – a due anni di distanza dal primo – evidenzia che da allora nulla è stato fatto per creare «un terreno fertile per guardare al futuro con ottimismo». E il confronto con i principali paesi europei lo dimostra: l'Italia non ha ridotto le distanze dai più "virtuosi" e, per questa inefficienza, paga un prezzo pari all'1,4% del Pil.
«Una maggiore concorrenza nei mercati – spiega Paolo Barberini, presidente di Federdistribuzione –, può essere dunque un fattore fondamentale per lo sviluppo del Paese e può aiutare l'Italia nell'uscita dalla crisi. Non una liberalizzazione "selvaggia", ma un percorso che preveda le necessarie tutele e le assistenze sociali per i lavoratori, per evitare che eventuali costi sociali siano divisi in modo non equo».
Per elaborare la stima dei costi l'osservatorio ha analizzato sei settori chiave del mercato – dettaglio alimentare e non alimentare, carburanti, farmaci, servizi finanziari e assicurativi – per valutare se si fosse realizzato un processo di apertura e liberalizzazione. La risposta è stata negativa. Se sul mercato, si legge nella ricerca, si «perseguissero politiche di maggiore liberalizzazione si potrebbe ottenere un risparmio per il sistema di famiglie e imprese in grado di incidere del 2,5% sui consumi complessivi». Non tutti i settori, però, pesano nello stesso modo. Il maggior danno delle mancate riforme arriva dal commercio al dettaglio alimentare. Se in quest'ambito, infatti, si procedesse spediti sulla strada delle liberalizzazioni, i guadagni potenziali stimati sarebbero superiori agli otto miliardi. Numeri "importanti" legati al ruolo propulsivo che la distribuzione moderna ha sempre avuto nell'economia, grazie a ingenti investimenti, all'indotto e alla creazione di occupazione.
«Mantenere settori molto rilevanti della nostra economia – conclude Barberini –, ancora protetti dai venti della concorrenza non può che rappresentare un danno per cittadini e imprese, e quindi per l'intera comunità. È quindi necessario che l'intero sistema economico riporti il tema delle liberalizzazioni al centro del dibattito». Dalla ricerca emerge invece che lo sviluppo della distribuzione moderna organizzata, invece di essere facilitato in un momento di difficoltà economica del paese «non è stato incentivato dalle normative locali che continuano a porre limiti quantitativi anziché ragionare maggiormente in termini qualitativi. Negli ordinamenti regionali permangono contingentamenti e vincoli all'espansione della distribuzione moderna, così come pesanti adempimenti burocratici che rallentano l'ammodernamento complessivo del sistema commerciale».
La seconda voce di "mancati guadagni" addebitabili all'inefficienza del mercato derivano dai servizi finanziari che costano ben sette miliardi di euro. Anche in questo ambito, a due anni dal primo rapporto, emerge che «nulla è stato fatto per muoversi nella direzione di introdurre una maggiore concorrenza nel mercato e le attività delle autorità di politica economica sono state rivolte all'attuazione delle politiche approvate negli anni precedenti». Secondo il rapporto, dunque, le distanze con le condizioni offerte negli altri paesi sono ancora rilevanti.
La classifica dei mancati guadagni segue con i 4 miliardi di euro dei servizi assicurativi. Su questo settore l'Italia paga ancora il prezzo di un mercato ingessato nonostante gli interventi del legislatore per superare i vincoli alla concorrenza, l'ampio differenziale tra premi e costi ed elementi distorsivi delle scelte dei consumatori. La fotografia del mercato registra un numero minimo – il 3,5% – di assicurati che cambia compagnia ogni anno e un settore ancora molto concentrato, con 5 imprese che coprono il 56% del ramo vita e il 70% del ramo danni.
Meno importante in termini economici, ma "tangibile" dal punto di vista psicologico il potenziale di efficienza nella distribuzione di carburanti (537 milioni di euro) e di farmaci (45 milioni di euro). Sui carburanti l'apertura del mercato a nuovi operatori procede lentamente e il contributo della Gdo all'ammodernamento del settore è ancora modesto. Sui farmaci l'impatto della liberalizzazione è limitato dalla ridotta fetta di mercato – il 6% – che i 270 corner della grande distribuzione e le 2.700 parafarmacie sono riuscite a intercettare. In entrambi i settori, però, la riduzione dei prezzi conseguente a una maggiore liberalizzazione sarebbe immediatamente percepita dai consumatori.
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