Come un virus informatico diffuso via internet, il rischio finanziario partito dai mutui subprime e dalla loro trasformazione in titoli negoziabili è spuntato beffardo là dove nessuno lo avrebbe cercato. Dentro quei fondi etichettati «liquidità» ma che (come hanno scoperto Fabio Pavesi e Gianfranco Ursino) si sono improvvisamente rivelati più asciutti della Death Valley.
Nessuno, tranne i gestori di quei fondi, naturalmente. Che hanno violato se non la lettera (in piccoli caratteri nei prospetti informativi si infila di tutto) sicuramente lo spirito con cui i sottoscrittori hanno loro affidato i risparmi sperando di ottenere un rendimento appena più alto di un BoT banale (ma mai così rimpianto). Se tale tradimento è stato perpetrato dalla maggiore banca francese, e se si è aperta improvvisamente una voragine nel suo bilancio, perché mai dovrebbero essere rimaste immuni altre istituzioni creditizie, anche meno importanti e blasonate? E con quali conseguenze per l'economia? Da questo dubbio legittimo è partita la scossa di «panico da ignoto». E l'ignoto è l'unica variabile che le Borse non sanno prezzare.
L'improvvisa mancanza di liquidità nei mercati monetari, cioè nel cuore stesso del sistema finanziario, ha indotto le principali Banche centrali a intervenire subito e svolgere la funzione di prestatore di ultima istanza per la quale sono nate (proprio in seguito alle crisi provenienti dalle Borse). Questi interventi, straordinari ma non particolarmente massicci, lungi dal rassicurare gli investitori hanno sottolineato ancor più le difficoltà e acuito le ansie degli investitori. Confermando che in questa fase meno le Banche centrali sono attive (salvo in emergenze come ieri) più funzionano da àncora di stabilità. Ben più delle parole usate ieri dallo stesso Presidente americano, George Bush: «I fondamentali della nostra economia sono solidi». E qualcuno ha subito fatto gli scongiuri.
Il caso dei fondi Bnp Paribas è un'ulteriore, e la più importante, conferma che la ramificazione della crisi da subprime è tale da non poter essere considerata una questione americana. Dimostra che non si tratta di una turbolenza passeggera, ma è destinata a riservare altre brutte sorprese.
Brutte sorprese anzitutto per chi ha incautamente acquistato titoli derivati dai mutui, è ovvio. E anche per chi ha in mano attività non correlate, direttamente o indirettamente, con i mutui ma che subiscono gli effetti del bisogno di realizzare per coprire perdite originate dai subprime.
L'impressione generale che si ricava dalle recenti vicende è che il sistema economico sia diventato più incerto e rischioso. In poche settimane la volatilità nei mercati è raddoppiata, le quotazioni delle azioni sono cadute, i differenziali di rendimento si sono allargati, i titoli di Stato a lungo termine, specchio della visione degli investitori sulle prospettive economiche, sono stati gettonati come attività-rifugio. Eppure, nello scenario reale dell'economia, distinto dalle dinamiche della finanza, i fondamentali del rischio in questi anni sono molto migliorati e sono destinati a rimanere buoni.
In primo luogo, la crescita dell'economia è diventata, a livello globale, elevata e soprattutto stabile. Certo, ci sono divari tra singole aree e nazioni, dove si osservano accelerazioni e frenate. Ma tutto è sorretto dalla potente espansione dei Paesi emergenti e dall'innovazione tecnologica, che formano una rete di sicurezza e propagano i loro impulsi in tutti gli angoli del sistema globale. In questo modo il rischio di fluttuazioni cicliche si è ridotto, e con esso il pericolo di una vera recessione; tanto più che nei Paesi industrializzati (ma si possono ancora chiamare così?) sono sempre più rilevanti il peso e il ruolo del terziario, molto meno soggetto a oscillazioni congiunturali.
Inoltre, si è drasticamente abbassata l'inflazione. Anche questa appare come una conquista duratura e tale rimarrebbe qualora l'aumento dei prezzi dovesse accelerare un po' rispetto ai livelli attuali. Ciò costituisce in sé il contenimento di un importante elemento di rischio, che ne incorpora un altro ancora: quello di brusche variazioni dei tassi di interesse, di mercato e decisi dalle Banche centrali. Tanto è vero che queste negli ultimi anni si sono potute permettere il lusso di una restrizione graduale e morbida delle condizioni monetarie, che avrebbe dovuto essere digerita senza scosse dai mercati.
Crescita alta e stabile, inflazione bassa e anch'essa stabile, tassi che si spostano a piccoli passi formano un trittico che si rafforza vicendevolmente. Il timore è che il credit crunch avviato nel settore dei mutui si diffonda ad altri comparti e freni consumi e investimenti. Ma finora i prestiti alle imprese e alle famiglie con buone prospettive di reddito non sono stati fatti mancare. Perciò, pur in stato di allerta, le Banche centrali resteranno a guardare. E comunque hanno munizioni sufficienti ed efficaci.