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La rivolta dei blogger contro il piano del Tesoro Usa

di Vittorio Carlini

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21 settembre 2008


Una tassa per salvare Wall Street? No grazie. Il popolo dei blog finanziari, dopo l'annuncio del segretario del Tesoro Henry Paulson di un piano da (almeno) 700 miliardi di dollari per «rimuovere gli asset illiquidi delle banche legate ai subprime», sfoga la sua rabbia via internet.

I commenti.
Nel "diario elettronico" di David Gaffen tra i commenti al suo articolo "One week later, a New order" si trovano moltissimi commenti contro l'operazione messa in campo dal Tesoro Usa e dalla Fed (la banca centrale americana). «Rivendicate la vostra libertà, cittadini. Votate contro chi vota per i salvataggi di Wall Street», afferma un lettore il cui nickname è President Eisenhower. Gli fa da eco Steve che calcola con precisione i soldi che dovrà tirar fuori: «Il mio contributo per il salvataggio di Aig è di 255 dollari; 87 ne pagherò per il caso Bear Stearns; e, l'ultima trovata del piano del Tesoro, mi costerà 300 dollari».

Pepper, dal canto suo, chiede di «fermare questi salvataggi fino a quando non si sarà fatta piena luce sulle eventuali frodi legate ai crack». Il tema della legalità, poi, è presente anche nel messaggio di Sb: «Wall Street è un covo di ladri». Mentre Stop the Bailout chiede «di mandare una email al Congresso. Se passa questa legge si rischia di distruggere l'economia». Infine Market Holiday, dopo una lunga disamina della situazione, punta il dito sul tema che più fa infuriare i risparmiatori: «Il Tesoro deciderà quanti dei nostri soldi verranno usati per pagare le obbligazioni spazzatura». Come dire: no alla privatizzazione dei profitti e la socializzazione delle perdite.

Le vendite allo scoperto.
Un altro tema che appassiona i risparmiatori/commentatori nel web è quello del congelamento della vendita allo scoperto su circa 700 titoli a Wall Street. Nel suo blog "Is not the short" Matthew Goldstein del Business Week rileva un dato interessante. «Alla chiusura del mercato il 17 settembre scorso lo short-selling su Goldman Sachs era il 2,5% sul flottante; su Morgan Stanley il 2,6% e su Citigroup l'1,3%"» Al contrario, secondo i dati Bloomberg, lo short interest sulla finanziaria Capital One era circa il 21% e, quest'ultima, di certo non era uno degli istituti considerati tra le cause del crollo dei finanziari, e dei listini. Come dire, insomma, che puntare il dito contro le vendite allo scoperto non è così sensato. «In realtà - dice Goldstein - è la paura, e la conseguente ondata di vendite, degli investitori tradizionali che stanno schiacciando le Borse».

Le opinioni.
Un'opinione condivisa? Su un tema così tecnico gli internauti-risparmiatori si dividono: «Sono d'accordo - dice Bob - è molto facile per le autorità di regolamentazione rimproverare un gruppo che non ha grande voce in capitolo come gli short-sellers». La tesi del capro espiatorio non è però condivisa da Midwest: «La vendita allo scoperto naked (cioè senza prendere a prestito i titoli) è un'attività disonesta». Una valutazione condivisa da Jd: «Perché tutti questi articoli a difesa dello short? È un modo di investire che è costato milioni di dollari e anche posti di lavoro. Se non ti piace una società - conclude Jd - semplicemente non investi su di essa».

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