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L'Azienda Brasile lancia la sfida

dal nostro inviato Antonella Olivieri

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4 Settembre 2008
I PROTAGONISTI
Le industrie vincenti

SAN PAOLO - Per gli esperti di Boston consulting non ci sono dubbi: occorrerà abituarsi alla concorrenza della globalità. Ma non si tratta solo di India e Cina, la sfida ormai non conosce fusi orari. E persino dagli eterni Paesi in via di sviluppo, come da mezzo secolo è il Brasile, emergono campioni aziendali che non si accontentano più di un mercato che sfiora i 200 milioni di consumatori. Nel recente studio "Globality", Boston consulting ha individuato 13 società che potrebbero dare del filo da torcere anche alle più paludate aziende occidentali. Alcune, per le caratteristiche del loro business, già lo fanno. Altre al momento guardano ai Paesi confinanti, ma non nascondono di coltivare progetti più ambiziosi.
Mentre il Pil cresce, senza strappi, al ritmo del 4-5% all'anno, la moneta si rafforza e l'inflazione decresce, il Brasile si è appena conquistato lo status di investment grade da parte delle agenzie di rating internazionali. Il legame con l'Italia è forte (solo a San Paolo si calcola che sei milioni di abitanti siano oriundi della Penisola), e le nostre aziende che operano nel Paese sono percepite quasi come domestiche. C'è la Fiat, che da un anno ha sorpassato Volkswagen nelle vendite di utilitarie ed è diventata market leader. C'è Magneti Marelli che qui sperimenta con successo sistemi di iniezione che permettono di utilizzare fino a quattro combustibili differenti. C'è Pirelli che nei pneumatici è numero uno incontrastato. E c'è Telecom che, dopo aver ceduto la quota in Brasil Telecom, punta tutto sulla telefonia mobile con Tim, "marchio aspirazionale" dicono gli addetti al marketing perchè ai brasiliani richiama l'idea del lusso. Ma ce ne sono anche altri che hanno abbandonato la piazza anzitempo, osserva con un po' di rammarico Roberto Ramos, vice-presidente di Braskem (numero uno brasiliano nella petrolchimica), che in Italia ci ha lavorato per un paio d'anni come direttore finanziario della Filippo Fochi. Non ci sono più le banche – Intesa ha ceduto il Sud-Ameris, Bnl è uscita – e Parmalat, travolta dal crack, non è più un marchio di casa per i brasiliani.
Intorno però non c'è il deserto. Basta un rapido sguardo per rendersene conto. I 13 gruppi individuati da Bcg hanno registrato un'espansione dei ricavi del 31% all'anno nel periodo 2004-2006, una crescita quasi tripla rispetto alla media delle 500 società comprese nell'indice S&P di Wall Street (11%). E il ritorno per gli azionisti di queste aziende (come evidenzia il grafico) negli ultimi sei anni e mezzo è stato pari a 14 volte quello dell'indice S&P e quasi triplo rispetto all'indice Morgan Stanley dei mercati emergenti. Stessa tendenza che in piccolo si ritrova in un campione di 50 aziende selezionate da Bcg, domestiche ma dinamiche e innovative: +51% la crescita media del fatturato nel 2006, margini reddituali superiori al 20%, total return per le quotate pari a 4-5 volte l'indice della Borsa Usa e quello dei mercati emergenti negli ultimi quattro anni e mezzo. Guardiamone qualcuna più da vicino.

AAA, 60mila cercasi
Chi non è addentro al settore forse non ne ha mai sentito parlare, ma Vale do Rio Doce, colosso delle estrazioni minerarie, in Borsa qualche mese fa è arrivata a capitalizzare 190 miliardi di dollari. Per dire, all'incirca come Eni ed Enel messe assieme. Privatizzata nel '97, è ancora controllata da un gruppo di fondi pensione brasiliani. Opertiva in 31 Paesi, oggi è quotata anche a Wall Street (21-esima per dimensioni nell'indice S&P 500). Dieci anni fa valeva poco più di 10 miliardi di dollari, poi è cresciuta a colpi di acquisizioni sfruttando la grande generazione di cassa favorita dal boom delle materie prime ed è stata la prima azienda brasiliana a meritarsi l'investment grade, prima ancora che lo ottenesse il Paese. Tuttavia non ha ancora smesso di crescere. Per i prossimi cinque anni ha un piano d'investimenti da 59 miliardi di dollari e un programma d'assunzioni che prevede 60mila nuovi ingressi. Ingegneri e geologi li cerca in tutto il mondo, perchè le università brasiliane non ne sfornano a sufficienza. Un aggancio con l'Italia Vale l'ha da anni con la Itabrasco, joint-venture con Ilva (che è cliente da tre decenni), ma adesso ha anche un direttore del personale, Marco Dalpozzo, che è bolognese doc.

La fabbrica immacolata
Non è la Svezia e nemmeno la Svizzera, perchè tutt'intorno, a pochi chilometri da San Paolo, è tutta un'esplosione di lussureggiante vegetazione tropicale. E nel mezzo, in una conchetta, l'insediamento di Natura, la "Avon" dell'America Latina che produce e commercializza profumi e cosmetici esclusivamente derivati dalle piante uniche dell'Amazzonia. Colore dominante: bianco latte. Puro, immacolato, non una macchia neppure alla catena di montaggio. Ambiente soft e design all'avanguardia per uno stabilimento che offre a chi ci lavora tutti i comfort. Ristorante-mensa con manicaretti naturali. Kindergarten per i bimbi dei dipendenti. Centro sportivo con piscina e campo da golf. La sorpresa è che a coccolare il personale, ci si guadagna pure. Con 700mila collaboratori che in Brasile si occupano delle vendite porta a porta ha sorpassato da un paio d'anni la Avon, che nel Paese conta 1,2 milioni di venditori. Ha il tasso di turnover più basso del settore e soprattutto vanta una redditività da far invidia all'hi-tech con un margine Ebitda del 28 per cento.

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