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Mercati, ora è Lehman a far paura

di Mario Platero

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10 Settembre 2008

Dall'ultimo atto per Fannie e Freddie, siamo arrivati all'ultimo atto per Lehman Brothers: il titolo di uno dei nomi più prestigiosi a Wall Street è precipitato ieri fino al 44,95% a quota 8,79 dollari, una perdita di quasi il 90% sui massimi di 67 dollari di un anno fa. Il panico su Lehman, partito con un dispaccio d'agenzia da Seul, che dava per chiuso il negoziato per un collocamento titoli con la Korean Development Bank, ha cristallizzato in pochi istanti il problema per l'antica banca newyorchese, ma anche per altre grandi banche americane: la difficoltà a reperire capitali. Il buco nero degli investimenti in titoli illiquidi e ad alto rischio resta inquantificabile, e questo dopo che le varie istituzioni finanziarie americane hanno già contabilizzato in perdite complessivamente oltre 500 miliardi di dollari. Di più, per Lehman in particolare, ci si rende conto che il Tesoro e la Banca Centrale resteranno a guardare. Dopo aver salvato dalla bancarotta Freddie Mac e Fannie Mae, che già portano grattacapi politici e incertezze per la contabilizzazione (in bilancio federale?), non potranno accollarsi altri problemi. Nè, suggerisce una fonte a Wall Street, da un collasso di Lehman potrà partire un effetto domino tale da preoccupare le autorità per un nuovo rischio sistemico.
A Wall Street, insomma, siamo arrivati all'indifferenza. Anche un nome storico come Lehman Brothers può crollare, ma il mondo resta a guardare. Forse, al prezzo giusto, spunterà un acquirente con le spalle larghe. Si è parlato di Hsbc, di Barclays, di Bank of America, di Blackstone group e di qualche banca giapponese. Si parla anche della vendita dei gioielli di famiglia, della società di asset management Neuberger Berman, potrebbe valere anche 8 miliardi di dollari, ma, secondo gli analisti, il prezzo di ieri avrebbe già scontato la vendita di Neuberger. Per ora, i vertici, guidati ancora da Dick Fuld, uno dei principali ispiratori della diversificazione in derivati immobilari cercano di andare avanti nel giorno per giorno. Nei corridoi della sede, sulla Settima Avenue a New York c'è un'atmosfera irreale. Chi è rimasto cerca di andare avanti come se nulla fosse, occupandosi delle proprie carte, delle "conference calls" già programmate, dei piccoli progetti racimolati in questi tempi di magra, che vanno avanti lentamente. Intorno ci sono i tavoli vuoti di chi è stato licenziato. Solo ieri sono arrivate 1.500 lettere di licenziamento. E chi ha perso il posto è già rimasto a casa. Intere divisioni e gruppi sono stati chiusi, a New York, a Londra. Ci si domanda quale sarà il destino del carismatico capo di Lehman, Dick Fuld, vittima delle sue decisioni, ostinato, deciso di dimostrare che alla fine aveva avuto ragione. E non c'è niente di peggio di chi ha trionfato a Wall Street, di chi continua guardare indietro, per spiegare la bontà - la fiducia - in decisioni disastrose, invece di guardare in avanti. Con la crisi di Lehman si chiude anche un capitolo per un modello di business: da 26.000 dipendenti si è passati a 19.000 in pochi mesi, ma non basta, le dimensioni di Lehman non giustificano più il suo ruolo di banca globale. È solo questione di tempo, già nella notte si attendevano delle precisazioni dai vertici, delle parole di rassicurazione, forse l'annuncio di qualche vendita. Ma ci sarà poco da fare, il mercato ha parlato, il voto di sfiducia di ieri è stato troppo violento per non lasciare conseguenze irreversibili. E con Lehman ha naturalmente sofferto, per l'ennesima volta, e proprio quando sembrava che con il salvataggio del Tesoro potesse tornare il sereno, l'intero comparto finanziario. Merrill Lynch ha perso il 10,26%, Citi il 7,09%, Goldman il 4,75% e J.P Morgan Chase il 6,63%. L'indice Dow Jones dopo un avvio stabile, di riflessione dopo l'euforia di lunedì e il rimbalzo di quasi il 3%, tornava a perdere l'2,43%. L'S&P500 ha fatto un tonfo del 3,41% e il Nasdaq del 2,64%.
Colpisce che questa debacle di Lehman arrivi due giorni dopo il massiccio intervento del Tesoro su Freddie e Fannie che doveva dare un segnale di stabilità di fiducia al mercato. Evidentemente non basta neppure la parola del Tesoro, la promessa che i portafogli più fragili saranno protetti. Se Lehman non riesce a collocare i suoi titoli traballanti neppure con la Federal Reserve - che pure, dopo il fallimento Bear Stearns, aveva aperto i suoi sportelli anche alle banche d'affari, e con generosità, accettando ogni genere di carta in garanzia - vuole dire che il peggio non è passato. Sul fronte dei dati abbiamo avuto altre notizie poco rassicuranti ieri è caduto l'indice delle vendite di case in luglio, del 3,2%.
Il calo di Wall Street ha pesato anche sull'Europa dove Parigi ha perso l'1,8% e Milano lo 0,58%.

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