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Parmalat: il Pm di Milano chiede 13 anni per Tanzi

di Beatrice Rioda

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6 ottobre 2008

Tredici anni di reclusione per Calisto Tanzi, calcolate le aggravanti e la continuazione del reato e negate le attenuanti generiche. E' quanto ha chiesto la pubblica accusa a carico dell'ex patron di Parmalat nel processo milanese che lo vede imputato con altre sette persone per aggiotaggio, false comunicazioni e revisioni e ostacolo alla vigilanza.
Il pubblico ministero Eugenio Fusco ha spiegato che nella formulazione delle richieste è stato tenuto conto della particolarità del reato di aggiotaggio nel caso specifico, perché è pesato particolarmente sui piccoli risparmiatori e perché è stato protratto nel tempo per diversi anni, e le pene di conseguenza sono state "parametrate sul fatto che si tratta di un aggiotaggio irripetibile". E' stato inoltre fatto riferimento all'intensità del dolo e alle motivazioni soggettive che hanno spinto i vari imputati a compiere il delitto, nonché al loro comportamento contemporaneo e susseguente. L'aggiotaggio è stato considerato prevalente rispetto agli altri reati, che l'accusa ha visto come "satelliti all'aggiotaggio e a esso funzionali".

Il Pm Greco: banche arroganti e omertose

La richiesta di pena è giunta al termine di una dura requisitoria del pubblico ministero Francesco Greco, volta a puntualizzare il ruolo delle banche nel determinare il crack Parmalat.
Greco ha esordito con un parallelo alla situazione attuale determinata dalla spregiudicatezza delle banche e del mondo finanziario in generale, che definisce "arrogante e omertoso", dicendo che "Il crollo della finanza internazionale è la migliore dimostrazione che l'intuizione delle procure di Parma e di Milano era giusta, così com'era giusto attribuire gran parte della colpa del crac Parmalat alle banche, che hanno consapevolmente mantenuto in vita un titolo che doveva essere messo in default da molto tempo". Il pubblico ministero ha poi proseguito facendo propria l'affermazione di un analista di Bank of America che definì Parmalat "una brutta vicenda di mafia" e delineando le responsabilità delle banche che continuarono a foraggiare una società decotta e senza un euro, che non era trasparente nella gestione e nelle comunicazioni al mercato. Il sistema finanziario, secondo l'accusa, sapeva che la situazione dell'azienda di Collecchio era disastrosa e che ricorreva a derivati speculativi perché era piena di debiti. "La logica che ha guidato la finanza in questi anni e che sta portando il mondo alla rovina è questa", ha proseguito Greco "e il prezzo lo pagano i cittadini, perché i veri responsabili hanno occultato i loro tesori fra il Liechtenstein e le Bahamas. I soldi per ripianare i buchi del mercato saranno presi dalle tasche dei cittadini, per coprire le spalle a chi ha venduto carta in cambio di stock option".
Il pubblico ministero ha anche sottolineato il comportamento bifronte delle banche, che al comune cittadino chiedono il rientro immediato per una singola rata di mutuo, mentre ad una realtà come Parmalat non veniva richiesto nulla.
In aula, durante il processo, i vari esperti e analisti convocati dalle difese hanno, secondo l'accusa, "raccontato un sacco di favole", facendo passare per prassi lecite dei comportamenti chiaramente illeciti. "I pm, che sono stati spesso dileggiati dai consulenti delle banche, hanno in realtà una visione estremamente chiara di quanto accaduto. Per i pm uno che truffa è un truffatore e uno che falsifica è un falsario.

Il ruolo di Bank of America

Questo è un processo documentale, la prova dell'accaduto è nei documenti", ha detto Greco, che ha poi proseguito esaminando le varie operazioni di cui Bank of America era protagonista insieme a Parmalat nel comparto sudamericano. Per anni, la banca avrebbe fatto la cresta dell' 1% sui contratti assicurativi e su altre operazioni relative al comparto brasiliano di Parmalat e "l'azienda di Collecchio", secondo l'accusa "lo sapeva e pagava per interesse. Era il prezzo dell'omertà" pagato perché la banca tacesse al mercato e a gran parte delle altre banche le reali condizioni economico finanziarie in cui il gruppo di Tanzi versava.
Il pubblico ministero ha infine definito i tre ex manager di Bank of America, coimputati di Tanzi nel processo, "tre giocatori d'azzardo con in mano carte truccate", perché prima del default avevano investito denaro proprio in Parmalat ricavando quattro volte ciò che avevano investito.   CONTINUA ...»


Le banche sapevano, hanno coperto la situazione reale del gruppo, l'hanno riempito di "titoli tossici", vendendogli la spazzatura del mercato, hanno diffuso comunicazioni false e omesso molte verità.
Al termine della dura requisitoria, sono stati chiesti, oltre ai 13 anni di reclusione per Calisto Tanzi, 3 anni e 6 mesi per l'ex responsabile di Parmalat Venezuela Giovanni Bonici; 6 anni per Luca Sala, 5 anni per Luis Moncada e 3 anni e 6 mesi per Antonio Luzi, i tre ex manager di Bank of America; 5 anni per Paolo Sciumè, 5 per Luciano Siringardi e 4 anni per Carlo Baracchini, i tre consulenti indipendenti oltre che membri del cda di Parmalat. Infine, per Italaudit Spa, ex Grant Thorton, è stata chiesta una sanzione di 300.000 euro e una confisca di 600.000 euro, tendendo conto del fatto che si tratta di una società ormai in liquidazione, cancellata dall'albo speciale dei liquidatori. Italaudit è imputata per violazione della legge 231 sulla responsabilità amministrativa degli enti per ipotesi di reato commesse da soggetti apicali o dipendenti nell'interesse della società.

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