«Più che un economista mi è sembrato un matematico. Ha lasciato tutta una coriandolata di cifre», disse alla sua segretaria Franklin D. Roosevelt dopo la visita alla Casa Bianca, nel 1934, di un John Maynard Keynes andato a sollecitare più spesa in deficit. Deciso a salvare il capitalismo, Roosevelt stanziò tra il 1933 e il 1940 con i suoi programmi di aiuto all'economia e di sostegno sociale circa 500 miliardi di dollari (ai valori attuali) metà per lavori pubblici con i quali costruì 40mila edifici, 72mila scuole, 80mila ponti e allestì 8mila parchi. Ma, nonostante le apparenze, Roosevelt era più attento al bilancio di quanto non lo fosse stato dopo il 1929 Herbert Hoover, suo predecessore repubblicano. E la battaglia del New Deal fu vinta, alla fine, solo con il riarmo prebellico.
Oggi per un primo intervento sui mercati, per far saltare con la dinamite la diga di "toxic asset" che blocca la corrente e sta sommergendo la grande pianura finanziaria, servono 850 miliardi secondo il ministro del Tesoro Hanry Paulson, il cui piano, sostanzialmente, è stato approvato venerdì dal Congresso americano dopo una settimana di tormenti. Meno traumatico, si prevede e si spera, degli anni 30, il periodo che si è aperto con il fatidico settembre 2008 è quindi più pesante per il bilancio americano del New Deal. La differenza è che le risorse sono più abbondanti di allora e, quindi, il costo relativo sarà assai minore.
Per gli Stati Uniti è un ritorno massiccio della mano pubblica nell'economia. Ma non c'è da stupirsi. La pura e totale tradizione liberista, nonostante la sacrosanta difesa del mercato, non esiste né è mai esistita, neppure negli Stati Uniti. Dai tempi di Alexander Hamilton, l'uomo che creò l'originaria struttura finanziaria delle ex colonie, la mano pubblica è stata tutt'altro che estranea. E anche i tempi recenti abbondano di esempi inequivocabili.
Hamilton gestì il salvataggio delle banche americane fino al 1795. Fu efficace perché creò quello che fu il nucleo della prima banca centrale americana, combattuta e distrutta dai democratici di Thomas Jefferson, contrari a ogni tecnocrazia. L'Ottocento è costellato di crisi bancarie, locali e nazionali, negli Stati Uniti. Solo nel 1913, tra molte esitazioni e polemiche, gli Stati Uniti si dotarono di una Banca centrale, l'attuale sistema Fed. Fu una conseguenza del disastroso panico bancario del 1907, risolto da JP Morgan che chiuse in un salone di casa sua un gruppo di banchieri e riaprì solo quando ebbero raggiunto un accordo sulla liquidità da fornire al sistema. La Fed fallì clamorosamente il proprio compito nel '29, per mancanza d'esperienza e di idee. Ma dagli anni 50 è stata il perno, insieme al Tesoro, di numerosi salvataggi fatti dalla mano pubblica. E lo è tutt'ora.
L'elenco degli interventi recenti è lungo. Si parte dalla Penn Central Railroad nel 1970, salvata dalla liquidità fornita alle banche creditrici dalla Federal reserve di New York, con un esborso di 3,2 miliardi. Da qui trae origine Amtrak, di fatto controllata dal Governo federale, la società ferroviaria che gestisce oggi 34mila chilometri di binario, con 500 destinazioni in 46 Stati, e il frequentato servizio passeggeri ad esempio sulla direttrice Boston-New York- Washington. Un tempo la sola idea di ferrovie statali sarebbe stata impensabile, negli Stati Uniti.
Poi venne la Lockheed, 1,4 miliardi erogati nel '71 dal Tesoro, dopo che le banche avevano rifiutato altri crediti e non restava che la bancarotta. Segue la Franklin National Bank di Long Island, nel '74, primo azionista Michele Sindona, allora il più grosso fallimento bancario della storia americana, risolto dalla Fed con 7,7 miliardi: Franklin fu poi venduta a un consorzio di banche europee. Più di 9 miliardi federali furono prestati a metà anni 70 alla città di New York, in bancarotta. Nel 1979-80 toccò a Chrysler, terzo costruttore d'auto americano, salvato con 3,9 miliardi pubblici di garanzia sui prestiti cui corrispose un importo equivalente raccolto sul mercato; fu un bagno di sangue per creditori, fornitori e dipendenti, con 60mila licenziamenti, ma Chrysler alla fine restò in piedi. Dal '98 al 2007 sotto la Daimler tedesca, è ora controllata da Cerberus, un fondo d'investimento.
Segue nel 1984 il crack Continental Illinois di Chicago, settima banca degli Stati Uniti, nei guai per cattivi investimenti nell'industria petrolifera in Texas e le ruberie di un manager. Nessuna banca si faceva avanti per il salvataggio, quindi Fed e Fdic (Federal deposit insurance corporation, nata nel New Deal) impegnarono quasi 5 miliardi di dollari, cancellarono l'azionariato, salvarono clienti e obbligazionisti, e gestirono la banca di fatto per dieci anni, fino all'acquisto da parte di BankAmerica, oggi tornata ad essere Bank of America. Fu questo, fino al 2008, il maggior salvataggio bancario della storia americana. E oggi quell'ingresso diretto di Washington nell'azionariato di una banca è sempre più considerato un modello da tenere presente.
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