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Lo Stato salva il mercato (ma la colpa è comune)

di Carlo Bastasin

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5 ottobre 2008

«È la fine del mercato onnipotente», dice Nicolas Sarkozy. «Il mercato finanziario ha fallito», aggiunge l'ex presidente della Fed, Paul Volcker. «Il capitalismo rozzo è morto», conferma Henry Paulson. Paradossale: non ci si concede dubbi in questo vortice di incertezza.
Sembra essere cominciata una nuova epoca in cui il mercato è morto e lo Stato ne prende il posto. Quasi un secolo fa, in un decennio non tanto diverso dall'attuale, Robert Musil ammoniva: «Chi dice che una nuova era è cominciata, non ha capito l'era in cui stava vivendo». In una società in cui il mercato finanziario è stato il metro della razionalità sociale, la crisi del mercato rappresenta infatti anche una crisi della ragione.

Il riflesso della crisi si è risolto così in uno sguardo alle nostre spalle: se il mercato fallisce, è tornato il tempo dello Stato. L'antinomia tra Stato e mercato ha assorbito interamente la riflessione politica sulla crisi. Certo, con buon motivo: subito dopo il collasso di Bear Stearns negli Usa è stata allentata la politica monetaria e riscoperto l'attivismo fiscale keynesiano con un pacchetto di 150 miliardi di dollari consegnati a domicilio alle famiglie americane. Northern Rock, Ikb, Fannie e Freddie, Aig e B&b sono state nazionalizzate con procedure di poche ore. Il piano Paulson dispone di 850 miliardi di dollari per socializzare le perdite degli istituti finanziari. Tuttora la soluzione più sicura della crisi è il subentro dello Stato nel capitale delle banche. È anche l'esito più probabile se la crisi di fiducia continuerà a provocare problemi di solvibilità degli istituti di credito. Una risposta d'emergenza che, se diventasse un nuovo assetto stabile del capitalismo, realizzerebbe l'esito che Lenin prefigurava nella sua teoria dell'imperialismo: banche di Stato contro il potere dell'industria. Non sorprende che lo scontro tra sostenitori del mercato e dello Stato si sia ideologizzato.

Ma la nuova ortodossia sulle colpe del mercato e sui meriti dello Stato dovrebbe essere più realistica. Perfino la suggestiva formula evocata da Sarkozy e da Tremonti – «Il mercato quando possibile, lo Stato quando necessario» – era già nel programma socialista di Bad Godesberg del 1959, oggi Stato e mercato, politica e finanza, si reggono e influenzano reciprocamente. Se la crisi in corso sta insegnando qualcosa, è proprio che passata la burrasca bisognerà ricominciare a districare la finanza dalla politica e non a sovrapporle.
L'ipotesi di un nuovo dirigismo è poco plausibile. Nonostante vent'anni di politiche d'ispirazione liberista, nei Paesi dell'Ocse la quota di spesa pubblica è scesa solo dal 40,9% del Pil al 40,8 per cento. E, contrariamente a quanto si crede, i bilanci pubblici si caricano di impegni gravosi in materia di previdenza, salute e istruzione quanto più i Paesi diventano ricchi. Non ci sono margini di manovra agevoli per le politiche pubbliche a fronte di elettorati che chiedono comunque minore imposizione fiscale. Inoltre, la costosa sostituzione della proprietà privata con quella pubblica non dà garanzie: già oggi in Germania la maggior parte del sistema bancario è in mano pubblica e ciò non tiene i risparmiatori di quel Paese al riparo dalla crisi.

La terza via
La lezione della crisi sta proprio nella cattiva commistione tra politica e finanza: il mercato finanziario è stato drogato da liquidità a basso costo fornita dalla Banca centrale americana ed esaltato dal Greenspan put, la certezza che la Federal Reserve avrebbe immesso ulteriore liquidità a ogni accenno di debolezza del mercato. Il rapporto tra Governo, Fed e mercato è stato - nei due sensi - compromissorio. La Fed si era affrancata in parte dal finanziamento del Governo, ma è stata "catturata" dalla domanda di liquidità a basso costo da parte del sistema finanziario, che a sua volta ha permesso ai Governi di sostenere la crescita nonostante l'indebitamento pubblico e privato degli Stati Uniti: un gigantesco conflitto di interessi tra più soggetti che agiscono al di sopra della normale consapevolezza del cittadino.
Se quindi il dirigismo è inattuabile, anche la riscoperta keynesiana dell'ingerenza pubblica nella politica monetaria e in quella fiscale trascura i pericoli degli intrecci poco trasparenti tra poteri dei Governi e della finanza. In Europa, dove la Bce non è coinvolta in singole politiche nazionali, né ha compiti di orientamento degli istituti finanziari, l'intreccio è stato molto meno intricato, i Governi sono tenuti a tenere sotto controllo l'indebitamento, le famiglie hanno saldi attivi del risparmio, la finanza non determina i nomi dei ministri e dei banchieri centrali. Nonostante molti casi problematici, la crisi sarebbe stata gestibile senza il collasso della fiducia importato dagli Usa.

Qual è dunque il nuovo compito dello Stato, se sono precluse sia la strada socialista sia quella keynesiana? Superata l'emergenza, in cui lo Stato opera nella sua qualità di agente d'ordine e ultimo garante, la sfida che aspetta la politica è addirittura di ripensare la propria visione dell'individuo. L'occhio di un economista sarebbe rivelatore in questo caso: i modelli con cui descriviamo la realtà e approntiamo le politiche si basano sul paradigma dell'individuo perfettamente razionale, che massimizza la propria utilità futura e che è pienamente informato (il paradigma dell'utilità dinamica necessario a disporre di micro-fondazioni coerenti).

  CONTINUA ...»

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