Nessun sistema economico del mondo industriale ha mai finora accumulato un debito totale interno pari a oltre 3,50 dollari per ogni dollaro di prodotto interno lordo. È con questa realtà che si scontra, negli Stati Uniti, la Federal Reserve guidata da Ben Bernanke. Tutta la politica monetaria americana e globale è chiamata a farvi fronte.
Costretta a contrastare gli effetti di un indebitamento senza precedenti, la Banca centrale degli Stati Uniti sembra avere gettato a mare tutti i testi sacri per procedere con un'unica bussola, quella formulata dallo stesso Bernanke nel suo ormai famoso discorso del 2002 sulla deflazione. Da quel discorso deriva l'appellativo di helicopter Ben, pronto a fornire liquidità, paracadutandola se necessario.
«Se cadiamo in una deflazione - diceva allora Bernanke sottoscrivendo in pieno la teoria di Milton Friedman sulla causa strettamente monetaria di deflazione e inflazione - possiamo trarre speranza dal fatto che la logica della tipografia si imporrà e che una quantità sufficiente di cartamoneta alla fine riuscirà sempre a invertire la spirale deflazionistica».
Le mosse della Federal Reserve rispecchiano chiaramente questa filosofia. E da scuole prestigiose gli appelli ad accettare una certa inflazione, utile per ridurre il peso del debito, si moltiplicano. Ma si moltiplicano anche i timori sulla capacità americana, a mesi, di finanziare un debito pubblico crescente a remunerazione bassissima e in una valuta su cui grava l'ipoteca inflazionistica. Lo spartiacque è ormai chiaro: a un certo punto l'uso dei tassi zero e della tipografia necessario per combattere la deflazione e rilanciare l'economia indebolirà il dollaro e renderà ancor meno appetibili i titoli del Tesoro. A quel punto, rilanciare l'economia, o il dollaro? E i cinesi che sono i primi detentori di dollari, avranno resistito fino a quel momento senza vendere?
«La Fed si è lanciata in questa vicenda con tutte le armi in batteria così come i neocon sono andati in Iraq pensando che fosse una grande idea sbarazzarsi di Saddam e senza pianificare una via d'uscita. Non appena ci sarà il primo segnale di inflazione - dice Marc Ostwald della casa di brokeraggio londinese Monument Security - i mercati cambieranno e diranno che si avvera quanto temuto. E allora?».
Oggi Washington pensa ad aiutare l'economia a far fronte a un debito senza precedenti. La deflazione lo rende più gravoso ancora. Gli ultimi dati trimestrali della Fed sull'indebitamento del sistema America lo indicano a 52mila miliardi di dollari, pari al 364% per cento del Pil. Quest'ultimo, la ricchezza prodotta in un anno, sfiora i 14mila miliardi di dollari. Secondo altri calcoli, ufficiosi, siamo già vicini al 377% del Pil.
Il debito pubblico è indicato ufficialmente al 41% del Pil ma questo perché i dati americani considerano solo i titoli del Tesoro posseduti dal pubblico, interno ed estero, e non quelli in carico al sistema pensionistico federale (Social security) e ad altri sottoscrittori pubblici (intragovernmental holdings), che detengono circa 4.300 dei 10.025 miliardi di debito federale, pari quindi in realtà al 72,5% del Pil. Questo inoltre non tiene conto delle ultime voci di spesa decise per far fronte alla crisi, e che hanno portato il tetto consentito al Tesoro a 11.300 miliardi, pari a un debito pubblico dell'81% del Pil.
Il debito finanziario (tutto il settore del credito) è un terzo del totale cioè il 121% del Pil con una proporzione quasi doppia rispetto a 20 anni fa; quello delle imprese è al 77 per cento; quello delle famiglie al 98% del Pil e quello pubblico, come si è visto, viaggia veloce verso l'81% e oltre.
Il debito privato è in calo ma quello pubblico è in forte espansione. Nel 2009 il Tesoro americano dovrà emettere titoli per non meno di 1.500-2.000 miliardi di dollari arrivando a un debito federale non lontano dal 100% del Pil.
La Federal reserve è diventata il più grosso hedge fund mondiale, finanziato dal Tesoro, cioè dal contribuente americano. Il bilancio della Fed, impegnata a rastrellare titoli di dubbio valore, ad acquistare mutui cartolarizzati e altro, è passato dagli 800 miliardi di prima della crisi ai 2.200 attuali e i 3.000 miliardi di dollari non sono lontani. La monetizzazione del debito è ormai pratica corrente. Il costo del denaro è stato portato a zero la settimana scorsa. E due idee del tutto eterodosse da decenni nel mondo delle banche centrali, l'emissione di titoli in proprio e la sottoscrizione forzosa di titoli del Tesoro come avvenne in economia di guerra dal 1942 al 1951, sono state avanzate dallo stesso Bernanke. Per ora tutto è calmo. I futures indicano 3-5 anni di deflazione. Il rendimento dei T bond a 10 anni è dimezzato rispetto agli inizi di novembre. E i tassi sono scesi in tutto il mondo.
L'idea che una moderate inflation sia benefica - un concetto che Paul Volcker ha sempre rifiutato poiché nessuno può garantire di riuscire a governarla mantenendola moderata - sta comunque emergendo con forza negli Stati Uniti. L'inflazione, come noto, riduce il debito reale.
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