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Gregory Mankiw e Kenneth Rogoff di Harvard, ex capo dei consiglieri economici di George Bush il primo, ed ex capo economista del Fondo monetario il secondo, auspicano una moderate inflation che alleggerirebbe il debito. E la chiedono anche Casey Mulligan della University of Chicago e David Henderson della Hoover institution. I dati di ottobre delle sottoscrizioni estere di titoli del Tesoro e titoli americani in genere, resi noti la settimana scorsa, hanno confermato che la Cina continua a investire in dollari.
La costanza dell'azionista cinese sembra confortare il grande hedge fund guidato da Ben Bernanke e deciso a bilanciare l'attuale scarsità di credito privato con l'abbondante offerta di credito pubblico. «Non solo pilotando i tassi a breve, come da sempre fanno le banche centrali, ma anche quelli a lungo» osserva Axel Merk dei Merk mutual funds di Palo Alto. L'obiettivo è assicurare credito a costo basso. Ma se la Fed riesce a far sì che i mercati non tengano conto del rischio inflazione nel prezzo dei titoli, deve esserci una valvola di sfogo. E questa sarà il dollaro. «E un dollaro sensibilmente più basso - conclude Merk, che ha ingaggiato recentemente come consulente William Poole, il rispettato ex presidente della Fed di St. Louis - può essere esattamente quello che Bernanke ha in mente». Negli anni Trenta, un'altra epoca, si chiamavano svalutazioni competitive.
mario.margiocco@ilsole24ore.com