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Caso Madoff, JPMorgan si salva i clienti no

di Claudio Gattie e Diana Henriques *

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29 gennaio 2009

Finora si è sempre pensato che il colosso finanziario americano JPMorgan Chase fosse completamente estraneo allo scandalo finanziario del secolo, il cosiddetto "schema Ponzi" di Bernard Madoff. Ma non è così.
Come Nomura, Banco Bilbao e Bnp Paribas, anche J.P. Morgan (questa la denominazione dell'istituto in qualità di emittente), la più grande banca americana in termini di capitalizzazione, ha tuttora sul mercato strumenti derivati che portano in calce il suo nome indicizzati per contratto al rendimento di due dei cosiddetti feeder fund, i fondi che raccoglievano denaro in giro per il mondo e lo davano da gestire alla Bernard L. Madoff Investment Securities (Blmis). I fondi in questione sono il Sentry e il Sigma, che era la sua versione in euro, del gruppo Fairfield Greenwich, che nello scandalo risulta aver perso circa sette miliardi di dollari.

Eppure J.P. Morgan ha dichiarato di non avere praticamente alcuna esposizione - né diretta né indiretta - sui fondi legati a Madoff. Il motivo di questa apparente contraddizione è semplice: meno di tre mesi prima dell'arresto di Madoff, la banca newyorkese ha ritirato i propri capitali dai due fondi, mettendo al sicuro i soldi alla vigilia del crollo della gigantesca catena di Sant'Antonio messa in piedi dall'ex presidente del Nasdaq. La banca non ha mai informato gli investitori della sua mossa e alcuni di loro sono oggi infuriati per il fatto di essere stati lasciati con certificati che la banca dice essere privi di valore.

Kristin Lemkau, portavoce di JPMorgan Chase, ha confermato che la banca ha ritirato i propri capitali dai fondi legati a Madoff nell'autunno scorso, «dopo un'analisi della nostra esposizione nei fondi hedge» e sulla base di «preoccupazioni sulla mancanza di trasparenza».
A detta di Lemkau, gli investitori non sarebbero stati avvertiti della decisione perché non vi erano motivi sufficienti per una ristrutturazione dei certificati. «Non c'erano le condizioni che ci autorizzavano a render noti i nostri timori», dice Lemkau.
Ovviamente, gli investitori la vedono in modo diverso. «I primi a dover essere avvisati erano proprio gli investitori, che invece hanno continuato a pagare commissioni all'emittente e sono rimasti gli unici esposti al rischio che J.P. Morgan non voleva correre», dice il responsabile della gestione patrimoniale di una Sim italiana.

La saga è cominciata più di due anni fa, quando vennero creati i primi certificati. All'epoca sembrava un buon affare per tutti: l'investitore avrebbe investito in note indicizzate su Sentry il proprio capitale al quale J.P. Morgan avrebbe aggiunto una leva di due o tre volte superiore. Cinque anni dopo, alla loro scadenza, le note avrebbero replicato il rendimento del fondo Fairfield, ma grazie alla leva offerta da J.P. Morgan l'investitore avrebbe moltiplicato i profitti del capitale investito. A guadagnarci era però anche Fairfield perché, grazie alla leva, avrebbe venduto più quote del suo fondo. Per questo, Fairfield remunerava l'investitore con quello che in gergo è chiamato rebate, una sorta di retropagamento di 20-30 punti base (0,20 o 0,30%) sul valore totale delle note. J.P. Morgan, infine, avrebbe guadagnato la commissione di gestione, che di solito si aggirava attorno agli 80-90 punti base, e il costo di circa l'1% che l'investitore pagava sul prestito. I prestiti non avevano garanzie, ma alla banca bastava investire il denaro raccolto con la vendita delle note nell'acquisto di quote di Sentry per fare il cosiddetto hedging, cioè coprirsi dal rischio.
Dal febbraio 2006, quando J.P. Morgan emise le prime note, fino al settembre 2008, tutto filò liscio. Ma agli inizi di ottobre agli investitori arrivò la prima scossa. «Fairfield chiamò per informarmi che non avrei più ricevuto i retropagamenti - dice il gestore della Sim italiana - Mi dissero che J.P. Morgan era improvvisamente uscita da Sentry. Cosa che, ovviamente, li aveva scocciati molto».

Sulla questione, un portavoce di Fairfield Greenwich Group ha detto di non poter rompere il silenzio stampa che i suoi legali hanno chiesto.
Il gestore sostiene comunque che a Fairfield la banca giustificò la decisione dicendo che le condizioni generali del mercato l'avevano spinta a uscire da tutti i fondi hedge. E aggiunge: «La congiuntura del mercato era drammatica, Lehman era saltata e tutti erano alla disperata ricerca di liquidità. Se anche J.P. Morgan si fosse trovata con l'acqua alla gola, la decisione di uscire da tutti i fondi hedge poteva sicuramente starci».
Ma una fonte vicina a J.P. Morgan attribuisce l'uscita da Sentry a tutt'altro motivo: «Mi fu detto che la due diligence interna aveva troppi dubbi su Fairfield. E pensava che la continuità dei suoi rendimenti non fosse più credibile. In un momento in cui il mercato era al collasso, non aveva alcun senso che la loro performance non ne risentisse». E aggiunge: «Solo tre mesi prima ricordo che avrebbero voluto emettere altre note, ma che non avevano potuto farlo perché non c'erano quote di Sentry disponibili».

  CONTINUA ...»

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