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Martedì, 09 Febbraio 2010
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Borsa, la crisi spinge le fusioni
Ecco le prede e i cacciatori

di Vittorio Carlini

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2 febbraio 2009
Roche abbassa l'offerta per Genentech
Crolla il premio di controllo

Secondo un sondaggio di Ubs e Boston Consulting, i manager europei prevedono un consolidamento dell'industria. Dalle utility al pharma; dalle banche ai media i protagonisti della futura partita.

Pfizer acquista Wyeth per 68 miliardi di dollari. Non solo: Fiat, se l'accordo con Chrysler andrà in porto, può conquistare il 35% della più piccola delle tre sorelle di Detroit. Ancora: le giapponesi, Mitsui Sumimoto, Aioi Insurance e Nissay Insurance, sono pronte a fondersi per dar vita a un colosso assicurativo da 30 miliardi di raccolta premi. Di più: Toshiba e Nec puntano ad unire i loro business nella produzione dei microchip. Sono queste alcune delle operazioni di finanza straordinaria, già realizzate o messe in cantiere, che hanno segnato l'inizio del 2009.


Un fuoco di paglia o l'M&A potrà scaldarsi nel corso dell'anno?

Una risposta arriva dagli stessi manager d'impresa. Secondo un vasto sondaggio realizzato in Europa da Ubs e Boston Consulting, il 43% dei 168 dirigenti d'azienda intervistati dice di attendersi un "trasformational deal", cioè una fusione che modifica lo scenario competitivo di un intero comparto. Al contrario, solamente il 34% pensa che le acque dell'M&A rimarranno calme; mentre il restante 23% non ha alcuna idea in proposito. Insomma, per la maggioranza dei manager, nel 2009 potremo assistere a diverse mosse delle società in caccia di prede. La partita però avrà regole e giocatori differenti, ben diversi dal recente passato.


I settori dov'è atteso il «Trasformational deal»



Private equity e hedge fund cedono il passo
Niente più shopping, per esempio, che sfrutti leve di debito folli. Niente più compratori, poi, il cui identikit combacia con quello di un soggetto puramente finanziario, sia esso in private equity o un hedge fund. Certo, ci saranno eccezioni. Tra queste, ovviamente, i fondi sovrani che, con la loro potenza di moneta, avranno (anzi lo hanno già) un loro ruolo. Tuttavia la gelata sul credito non concede illusioni. I fondi che gestiscono il proprio portafoglio, in questo periodo, devono fare i conti con diversi problemi: dal limitato ritorno sul capitale fino al mancato rispetto, spesso a causa di un leverage eccessivo, delle clausole impostegli dai creditori. Il risultato? Il riscatto delle quote da parte dei sottoscrittori se non il fallimento. Ma non è solo questione dei fondi che da tempo hanno investito: la stessa raccolta di capitali, in questo periodo, è molto difficile. «E anche chi l'ha già chiusa – spiega Marco Belletti, Head of M&A di Société Genérale Italia – ha dei problemi. La mancanza di fiducia, infatti, può indurre l'investitore a non dare comunque i soldi. Solo chi li ha già investiti, anche se solo in parte, ha una situazione più tranquilla».

Le società di nuovo protagoniste.

Che le luci della ribalta siano negate agli attori finanziari puri è, indirettamente, confermato dagli stessi manager europei. La maggioranza di questi (70%) indica, quale causa principale per il riscaldarsi dell'M&A, l'accelerazione del consolidamento dell'industria mondiale. Al secondo posto, per il 62% dei dirigenti industriali, bisogna fare invece riferimento ai prezzi da saldo delle società target . Quale terza causa, infine, è fondamentale la necessità di un cambio di proprietà dell'azienda (56%). All fine, insomma, tirando le somme appare chiaro che, secondo i manager, le fusioni saranno spinte dal consolidamento industriale: saranno le società a comprare altre società.

Shopping per sopravvivere.
Già, ma con quali obiettivi? Il driver in assoluto più importante, sempre secondo quanto salta fuori dalla ricerca di Ubs e Boston Consulting, è quello di creare un gap strategico con i concorrenti. Rinforzare e ampliare il proprio portafoglio; espandere la propria presenza in mercati, geografici o di prodotto, ancora non presidiati; diventare leader di settore. Sono questi gli obiettivi principi di chi lancia un take-over. Al contrario, solo il 16% dei manager ricerca le economie di scala e, sorprendentemente, un misero 8% parla dell'acquisizione come strada per fare crescere i ricavi. Il messaggio delle aziende, quindi, è chiaro: più che una mossa all'attacco si tratta di una strategia difensiva, per affrontare la crisi. Il leit-motive è uno solo: in casa, per quanto possibile, pulizia è stata (o viene) fatta. Adesso ciò che realmente conta, al di là della crescita di ricavi e profitti, è posizionarsi al meglio. Guadagnare più incollature di vantaggio per essere pronti a scattare nel momento giusto, quando arriverà (se arriverà) l'agognata ripresa dell'economica.




L'identikit del cacciatore.
Già, essere pronti a scattare. Ma chi, attualmente, ha i requisiti per dare l'assalto ad un concorrente senza, poi, doverne pagare lui le conseguenze, soprattutto in Borsa? «Non è facile dare una risposta in generale – dice Andrea Mancadori, gestore fondo azionario europa di Bpm Sgr - Ogni settore e ogni azienda hanno una storia a sé, da valutare singolarmente. Ciò detto un potenziale buyer, in primo luogo, deve vantare stime positive nella generazone di cash-flow. Come minimo per un paio di anni». È l'indizio che, salvo imprevisti, c'è la capacità di rientrare dall'esborso e i multipli cui si basano le valutazioni di mercato possono tornare in breve tempo "normali". Di più: «L'indebitamento – ricorda Mancadori – deve essere basso. Per esempio, nel 2009, la media di settore del rapporto tra debito e Ebitda per il food&beverage è stimata attorno 3. E' un valore troppo alto: il livello medio storico è attorno a 1. Chi volesse realizzare un'operazione straordinaria dovrebbe vantare un valore del rapporto almeno la metà di quello attuale». Ma non è solo una questione di debito e redditività. «Bisogna anche guardare la capacità e velocità dell'azienda nell'integrare i nuovi business, realizzare le sinergie e tagliare i costi». In tal senso il fatto che, per esempio, le attività delle due aziende non si sovrappongano è fondamentale. «Così come è importante – rileva Mancadori – la possibilità di sfruttare, per esempio, le stesse reti di vendita e distribuzione».

  CONTINUA ...»

2 febbraio 2009
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