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«I matematici devono avere
una responsabilità sociale»

di Vittorio Carlini

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11 marzo 2009

Fisici prestati all'economia. Matematici teorici che entrano nelle banche d'affari per costruire modelli che gestiscano i portafogli d'investimento. È un mondo che, negli ultimi anni, sempre più si è allargato e ha preso piede. E che, dopo lo scoppio della crisi dei subprime, è stato anche messo sotto accusa. Si è detto: una delle cause dello Tsunami dei subprime è anche l'eccesso di formule matematiche, studiate dagli scienziati, e utilizzate a mani basse dalle banche d'affari. Una critica che ha un suo fondamento? In un'intervista rilasciata a Repubblica, il Nobel per l'economia John Nash ha detto che: «Non sono i modelli creati dai matematici per costruire gli strumenti finanziari sempre più complessi ad avere trascinato il mondo nel baratro, la responsabilità è dichi li ha usati in modo avido e irrazionale». Il geniale matematico (la cui storia è nota al grande pubblico anche grazie al film «A beautiful mind», interpretato da Russel Crown) prende, insomma, una posizione a difesa della sua categoria.

Un'impostazione che anche Enrico Scalas, tra i giovani scienziati italiani emergenti nel campo dell'econofisica, fa sua, pure con qualche distinguo. «Il requisito dei modelli matematici - dice l'esperto raggiunto al telefono dal Sole24ore.com - è quello di avere una coerenza interna, in riferimento alle ipotesi su cui si basano. Certo, quando diventano strumenti usati nel mondo della finanza e dell'economia la loro coerenza deve "ampliarsi" anche a quei settori. Ciò detto, se il modello funziona, non si può imputare al fisico o matematico il suo cattivo utilizzo». Tuttavia, in questo senso, viene in mente Albert Einstein: il grande scienziato sosteneva che il giudizio sull'energia atomica non può prescindere dal fatto che l'atomo è usato anche per costruire la bomba....«Sono d'accordo. Ma voglio essere chiaro: l'estensione dell'uso di modelli matematici all'economia o alla finanza implica una responsabilizzazione del matematico stesso su questo aspetto. Un presa di coscienza necessaria che, tuttavia, non può trasformarsi nello scarica-barile-sui-teorici. Uno sport, se posso dire, che i manager spesso praticano».

Esiste anche un altro problema: l 'eccessiva complessità dei sistemi in sé, che richiede un salto culturale da parte di chi li usa... «È il tema della diversità tra i soggetti che sviluppano i modelli e coloro che poi li gesticono, quotidianamente. Penso che un upgrade di competenze, oserei dire culturale, di questi ultimi è fondamentale. Non si possono usare questi modelli senza capirne la reale portata. Ciò detto, il mondo economico e sociale è molto, molto, molto complesso. Nessuno è riuscito a definirne, con una qualche certezza, i funzionamenti. Quando si affrontano, o si gestiscono, simili temi bisogna sempre avere in mente questa innegabile realtà».

11 marzo 2009
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