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«Quell'ultima cena con Roberto Calvi»

Intervista di Paolo Madron

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Domenica 19 Aprile 2009

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Vittorio Gregotti dice che è fuori moda, Marco Vitale che sarà la sentina del malaffare. Meglio rinunciare?
Ma no, c'è ancora tutto il tempo per preparare un'eccellente manifestazione. In fondo Torino ha realizzato in due anni delle ottime Olimpiadi. Ora l'importante è scaldare gli animi dei milanesi.
Qualcuno pensa che ora Milano abbia un sindaco politicamente troppo debole per spuntarla.
Fare il sindaco a Milano è un mestiere difficilissimo. Più di 700 anni fa Bonvesin de la Riva scriveva che la caratteristica dei milanesi è quella di sbranarsi tra di loro. Da allora l'andazzo non è cambiato.
Però Milano è l'unica metropoli europea che, invece che migliorare, imbruttisce.
Non è Milano, è il Paese che imbruttisce. Siamo stati colpiti dalla crisi in una fase di declino accentuato, perché su troppi fronti siamo perdenti: in Europa cresciamo meno degli altri e le università hanno perso il contatto con il gruppo di testa di quelle americane e asiatiche. Per rendersi conto del declino italiano basta mettere il naso oltre le Alpi.
Perché ha presentato a Milano il Cafonal di Dagospia? Ha voluto scandalizzare i benpensanti della sua città con un libro poco ortodosso?
L'ho fatto perché stimo molto il fenomeno D'Agostino, che bisognerebbe studiare con il piglio dell'entomologo. Per capire come uno, da solo, abbia costruito un sito d'informazione che è un quotidiano punto di riferimento sui computer della classe dirigente.
Milano però è molto meno Cafonal.
Rispetto a Roma quello di Milano è oscurantismo cantonale.
La sera della presentazione alla cena in casa sua, tra tanti giovani, c'era un tavolo che raggruppava alcuni dei più bei nomi dell'intellighenzia milanese. Sembravano pensionati di villa Arzilla.
Anche qui il problema non è di Milano, ma generale. Il nostro Paese soffre di gerontocrazia. Non a caso, per tornare a Cuccia, il circolo ristretto in cui ha confinato la finanza e l'industria italiana obbediva a un sistema di conservazione assoluta. Maranghi diceva dopo Montedison: bisogna tornare alla Restaurazione. E in buona fede pensava al Regno di Sardegna dopo il 1815, tutti con parrucchino e livrea.
Con questa crisi anche i nuovi dèi del capitalismo sono caduti. I banchieri vanno ad Arcore a baciare la pantofola.
Cuccia ripeteva una grande battuta: si gioca con le carte di cui si dispone. In una crisi del genere si va dal presidente del Consiglio, quindi da Berlusconi. Se in questa crisi anche le banche centrali si sono fatte prendere dal panico, figurarsi i banchieri.
Lei che è mezzo veneto sa che un proverbio dice: chi sputa alto si sputa addosso. Qualcuno dei nostri banchieri aveva sputato troppo alto?
Però se si guardano le cose in modo meno emotivo ci si accorge che le banche italiane vanno benissimo, anzi perfino il sistema creditizio mondiale non va così male.
Ma se le hanno nazionalizzate...
Parlo di prospettiva, e vedo. Primo: che tutto finirà in inflazione, cosa che darà loro un enorme beneficio. Secondo, che in questo momento le banche guadagnano a bocca di barile perché si avvantaggiano di uno spread straordinario. Terzo, che non dando il dividendo mettono molto fieno in cascina.
Quindi lei ha cominciato a ricomprare.
Io ho detto che in Borsa i minimi sarebbero stati toccati tra marzo e aprile. Un rimbalzo così violento come l'attuale, visto che non sono ancora uscite le trimestrali, forse è eccessivo. Così come erano stati smodatamente eccessivi certi ribassi.

Alessandro Profumo è uscito indebolito da queste vicende?
Profumo è una roccia, nel senso che ha superato una tale serie di attacchi ai quali solo una roccia può resistere. Anzi, uscirne rafforzata.
E Corrado Passera che si accredita a banchiere di sistema?
La complementarità tra Bazoli e Passera e la dimensione di Intesa pone la banca ad aver assunto una configurazione di centralità che ricorda, nel senso migliore, l'Iri.
  CONTINUA ...»

Domenica 19 Aprile 2009
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