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Il mister Euribor italiano:
ecco come nasce il tasso

di Maximilian Cellino

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22 agosto 2009

Ore 10,45 di un qualsiasi lavorativo. Al desk deputato al servizio tesoreria di una delle principali banche europee si lavora con attenzione: alcuni impiegati osservano i tassi praticati dagli istituti di credito sul mercato interbancario europeo per prestarsi il denaro. Si discute e si arriva a stabilire un valore unico, anzi 15 valori (uno per ciascuna scadenza, da una settimana a 12 mesi) che vengono prontamente trasmessi a Thomson-Reuters. Al quartier generale londinese della società di servizi la scena si ripete ogni mattina per 43 volte, una per ogni banca che fa parte del panel di rilevazione dell'indice.

I dati affluiscono direttamente al cervellone elettronico, che scarta il 15% delle rilevazioni più alte e il 15% di quelle più basse. «Via la testa, via la coda, resta soltanto il cuore», come recitava in Carosello lo spot di una nota grappa: un modo per escludere rilevazioni anomale e possibili errori. Il tempo di attendere e sollecitare gli eventuali ritardatari e l'Euro Interbank Offered Rate – meglio conosciuto attraverso l'acronimo Euribor – è pronto per essere pubblicato e consultato dai banchieri, dagli operatori di mercato, dagli investitori e magari anche da qualcuna delle 3 milioni di famiglie italiane che si trovano alle prese con un mutuo a tasso variabile.
In fondo quella dell'Euribor è una storia relativamente recente, iniziata nel 1999 come l'Unione monetaria europea. Paolo Bosio, responsabile del servizio di Tesoreria accentrata del gruppo Monte dei Paschi di Siena e unico rappresentate italiano nell'Euribor Steering Committe – l'organismo che soprassiede al corretto funzionamento del sistema di rilevamento dei tassi interbancari – non ci tiene a essere chiamato «Mister Euribor», ma accetta volentieri di ricordare i primi passi: «Con la creazione dell'euro in sostituzione delle valute locali – racconta – si era virtualmente conclusa anche l'epoca dei vari Ribor, Fibor, Pibor, i tassi interbancari dei singoli Paesi».

«Si avvertiva chiaramente - continua Paolo Bosio - la necessità di introdurre un parametro di riferimento unico per misurare l'andamento dei mercati del denaro dell'Eurozona».
Per la verità già da alcuni anni la British Banking Association (Bba) aveva esteso le rilevazioni del Libor (London Interbank Offered Rate) alla zona dell'Euro, ma i neomembri dell'Unione monetaria, soprattutto l'asse Parigi-Francoforte, finirono per spingere verso la soluzione "autarchica". «Per le modalità con le quali veniva e viene ancora rilevato – conferma Bosio – il Libor si riferisce a scambi effettuati sul mercato londinese da banche britanniche e statunitensi, noi volevamo invece un tasso che rappresentasse in modo più fedele ciò che avviene all'interno dell'Eurozona».

A raccogliere il testimone fu la Federazione bancaria europea (Fbe), l'organizzazione che rappresenta gli interessi di circa 5mila istituti di credito che operano nel Vecchio Continente, che insieme alla Financial markets association (Aci) selezionò allora per la rilevazione quotidiana dei tassi un panel di 47 banche (oggi ridotte appunto a 43, anche per effetto dell'intensa attività di fusioni degli ultimi anni). Tra di esse figurano i principali gruppi finanziari della zona euro e anche altri soggetti provenienti da altri Paesi europei e dal resto del mondo. La predominanza di francesi e tedeschi, con rispettivamente 6 e 10 presenze, è netta e dovuta in parte alle oggettive dimensioni dei gruppi bancari e in parte all'effettivo potere che il nucleo storico dell'euro continua a detenere, mentre per l'Italia sono attualmente inclusi, oltre a Montepaschi, Intesa Sanpaolo e UniCredit.

«L'ampiezza del panel di banche che rilevano il tasso e il costante controllo dei contributi che vengono inviati sono il vero punto di forza e la garanzia stessa dell'affidabilità dell'Euribor» osserva con una certa compiacenza Bosio. E il confronto, anche se non manifesto, lo si fa con il Libor, sistema che prevede un limite massimo di 16 banche e che nelle fasi più acute della tempesta finanziaria innescata dalla crisi subprime, resa poi ancora più violenta dal crack di Lehman Brothers, è finito nell'occhio del ciclone. Quasi infamante l'accusa mossa alla Bba e alle banche britanniche: essersi messe d'accordo per comunicare tassi più bassi di quelli normalmente osservati sul mercato, in modo da ridurre il costo della provvista e soprattutto nascondere le difficoltà attraversate da molti istituti di credito. Erano del resto i giorni in cui nessuna banca si fidava più a prestare denaro senza garanzie alla propria vicina e le voci di fallimento di grandi gruppi finanziari rimbalzavano con insistenza.

Da tutte queste polemiche l'Euribor è riuscito a sottrarsi: in fondo il sistema di rilevazione in sé si è rivelato affidabile in virtù proprio dell'elevato numero dei contributori che rende, se non impossibile, almeno abbastanza complicata la creazione di una sorta di cartello in grado di guidare ogni giorno i valori dei tassi. Quantomeno perché al momento di comunicare i dati alla Reuters nessuno può conoscere i valori inseriti dall'altro e soprattutto perché al termine della giornata sul sistema della stessa agenzia vengono resi pubblici e confrontabili i singoli contributi delle banche.

  CONTINUA ...»

22 agosto 2009
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