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Yuan sottovalutato contro il dollaro,
ma Pechino pensa a spingere l'export

di Alberto Annicchiarico

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16 novembre 2009

Braccio di ferro senza strappi eccessivi, sottotraccia, tra Stati Uniti e Cina sul fronte dei cambi alla viglia del vertice a due di martedì tra il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, e il numero uno cinese Hu Jintao. Secondo un'analisi di Bank of America la moneta del Dragone è sottovalutata del 9,9% contro il dollaro. Il fair value dello yuan, sostengono gli esperti di BofA, è a quota 6,15 per dollaro, mentre attualmente la moneta di Pechino viaggia a quota 6,83.

Insomma, dollaro paradossalmente più forte contro il conio della potenza economica emergente, mentre anche oggi il biglietto verde ha mostrato la ben nota debolezza nei confronti delle valute occidentali. Chiusura poco sotto i massimi per l'euro-dollaro, sostenuto dai più recenti dati (tra gli altri Pil giapponese e vendite al dettaglio Usa migliori delle stime) che hanno alimentato le attese circa una ripresa economica che si prospetta comunque moderata.

Un quadro che ha spinto gli investitori verso valute più speculative a scapito di quelle più difensive (come, appunto, il biglietto verde). Nel finale degli scambi in Europa l'euro ha quotato 1,4980 (1,4881 venerdì e 1,4965 Bce oggi), dopo avere sfiorato poco prima quota 1,50.

La moneta europea ha quotato in rialzo anche rispetto allo yen, 133,81 (133,38 venerdì scorso e 134,02 alla rilevazione odierna della Bce), e alla sterlina, 0,8936 (rispettivamente 0,8926 e 0,8948), mentre ha ceduta qualche frazione di punto nei confronti del franco svizzero, a 1,5088 (1,5092 e 1,5093).

A deprimere il dollaro (indicato anche a 89,32 yen, 1,0073 franchi svizzeri e 1,6758 per una sterlina) oltre alle operazioni di carry trade, favorite dal fatto che i tassi di interesse degli Stati Uniti sono destinati a rimanere bassi ancora a lungo, hanno contribuito anche le vendite che il mercato già sconta, legate alle attese di scarsi risultati della visita in Cina del presidente americano Barack Obama.

Il numero uno della Federal Reserve, Ben Bernanke, ha detto proprio oggi che la banca centrale degli Stati Uniti continuerà a monitorare da vicino l'andamento del dollaro, pur mantenendo i tassi di interesse ai minimi storici «per un periodo prolungato». Il nostro impegno - ha spiegato ancora Bernanke - e la forza di base dell'economia americana (in ripresa, faranno in modo che il dollaro continui a essere forte e una fonte di stabilità finanziaria globale».

Tornando al vertice Cina-Usa, a parte le cortesie di prammatica e l'intesa sulla necessità di non decidere a riguardo delle misure contro l'inquinamento globale, Pechino difficilmente farà aperture sulle richieste di apprezzamento dello yuan nei confronti delle altre divise mondiali. Il portavoce del ministro del commercio cinese, Yao Jian, ha espresso in particolare la forte irritazione di Pechino per il pressing di parte americana. E il mercato ha già preso atto delle resistenze manifestate dalla Cina nel summit dell'Apec durante lo scorso week end.

«Occorre creare un ambiente macroeconomico stabile a favore delle aziende, e questo si estende anche al mercato dei cambi - ha detto Yao - per aiutare la crescita dell'economia mondiale e consentire il rilancio delle esportazioni cinesi. È invece pregiudizievole ai fini della ripresa mondiale e semplicemente ingiusto continuare a chiedere agli altri di apprezzare la propria moneta quando si permette al dollaro di continuare a calare».

È anche interessante rilevare come nel corso degli ultimi mesi il pressing esercitato in prima persona dal segretario del tesoro Timothy Geithner - che fresco di nomina aveva irritato Pechino con i suoi ripetuti attacchi - si sia chiaramente attenuato. Segno che a Washington si è forse deciso di non compromettere rapporti sempre più determinanti per gli equilibri geopolitici ed economici di un futuro che è ormai dopodomani.

Uno «yuan forte», tuttavia, dovrebbe essere parte del pacchetto di riforme necessarie in Cina per aumentare il potere d'acquisto delle famiglie cinesi, se il Dragone intendesse davvero potenziare il mercato interno oltre che puntare sulla crescita dell'export. Ad affermarlo, nel corso di un suo intervento a Pechino, è stato il direttore generale dell'Fmi, Dominique Strauss-Kahn che ha ribadito come il biglietto verde «resterà la principale valuta a livello internazionale ancora per qualche tempo» nonostante «alcuni temano i rischi dei problemi economici e finanziari e dei grandi squilibri fiscali degli Stati Uniti».

La sensazione è che Washington, gravata da un'economia in seria impasse e legata a doppio filo a Pechino che è il principale detentore del debito pubblico Usa, non sia più nelle condizioni di dettare le proprie condizioni. Una trattativa onorevole, davanti a un buon tè al gelsomino, è senz'altro la via da preferire.

16 novembre 2009
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