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Benetton: «Entro giugno fuori da Telecom Italia»

di Antonella Olivieri

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21 novembre 2009
Gilberto Benetton
I numeri

I Benetton vogliono metterci una pietra sopra. Non resteranno azionisti di Telecom dopo l'uscita da Telco, ma, come ha spiegato ieri Gilberto Benetton, venderanno «pian pianino» la partecipazione sul mercato, cercando di rimetterci il meno possibile, «entro la prima metà del 2010».

Del resto era "scritto" che i Benetton non sarebbero rimasti nel capitale del gruppo di tlc, dal momento che la quota in Telecom è detenuta tramite Telco e finanziata dunque prevalentemente a debito. Per rendere più veloce il processo, come ha chiesto Sintonia, la fuoriuscita da Telco non sarà attuata con il percorso previsto della scissione, che richiederebbe tempi necessariamente più lunghi. Uno schema tecnico allo studio, anticipato giovedì da «Il Messaggero», prevede che Sintonia compri dalla holding non quotata le azioni Telecom Italia che le spettano, il 2,05%, al prezzo unitario di 2,2 euro e venda a Telco la propria partecipazione, pari all'8,4%, nella holding. Una "partita di giro" che produrrebbe per Sintonia lo stesso effetto della scissione: in sostanza il valore di Borsa attuale delle azioni equivale al pro-quota del debito a carico del socio uscente, intorno cioè ai 300 milioni di euro. Telco, riacquistando azioni proprie, ridurrebbe poi il capitale di conseguenza. Per questo occorre l'assenso dei creditori e l'ok di un'assemblea che dovrebbe tenersi entro fine anno. A quel punto Sintonia – società controllata al 66% dal gruppo di Ponzano Veneto, e partecipata anche da Goldman Sachs, Mediobanca e dal fondo sovrano di Singapore – si troverebbe in possesso direttamente del 2,05% di Telecom per un esborso di circa 300 milioni, un valore sostanzialmente allineato alle attuali quotazioni di Borsa. E potrebbe iniziare a disporne per liquidare il pacchetto, esattamente come fatto da Pirelli con la quota diretta rimastale dopo la cessione di Olimpia, che è stata da poco azzerata.

Con l'uscita di Sintonia da Telco, quindi, il consigliere espresso in Telecom dal socio uscente, Stefano Cao, si dimetterà dal board e si porrà il tema della sua sostituzione. A norma di statuto, è la lista di maggioranza che esprime i quattro quinti dei consiglieri Telecom e Telco resterebbe l'azionista di maggioranza relativa anche con il 22,5% che deterrà dopo l'uscita di Sintonia. Se fosse la holding di maggioranza a dover indicare il nominativo per la sostituzione di Cao, sarebbero i soci italiani della holding (Generali, Mediobanca, Intesa-Sanpaolo) a designarlo di comune accordo. Ma lo statuto prevede anche che, «se nel corso dell'esercizio vengono a mancare uno o più amministratori, si provvede ai sensi dell'art. 2386 del codice civile». A sua volta l'articolo del codice civile recita che, nel caso, «gli altri» amministratori provvedono alla sostituzione con delibera approvata dal collegio sindacale e che «gli amministratori così nominati restano in carica fino alla prossima assemblea».

Il posto di Cao dovrebbe spettare in ogni caso a un amministratore indipendente. Ma si tratta di capire se non sia opportuno che a integrare il board sia qualcuno che rappresenti il mercato – di fatto "l'azionista di maggioranza" del gruppo – dal momento che nel cda di Telecom Italia solo un consigliere, il professore dell'università di Chicago Luigi Zingales, è stato designato dai fondi.

Considerati i tempi delle procedure in corso, il tema non dovrebbe porsi comunque per il cda del 2 dicembre, dove è atteso che si faccia il punto della situazione in vista della chiusura dell'esercizio. Poichè è probabile che si inizi a discutere di Telecom Argentina, lo stesso Zingales in una lettera indirizzata al presidente di Telecom, Gabriele Galateri, avrebbe sollecitato la massima cura nella gestione della questione, considerato che la cessione della partecipazione è stata intimata dall'antitrust di Buenos Aires in relazione alla presenza di Telefonica nell'azionariato del gruppo.

Nel consiglio del 5 novembre Zingales aveva votato contro la cessione di Hansenet a Telefonica, perchè non sufficientemente informato. Come era specificato nel comunicato che la Consob – sollecitata anche da una segnalazione Asati sull'operazione "con parti correlate" – aveva voluto esaustivo sull'argomento.
Proprio ieri Morgan Stanley, che ha assistito Telecom come advisor nella cessione di Hansenet, ha precisato «di non avere alcun incarico da Telefonica su Telecom Italia o su "vicende italiane"».

21 novembre 2009
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