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La Cina contro i tassi Fed:
«Alimentano la speculazione»

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15 novembre 2009

La politica monetaria della Federal Reserve svaluta il dollaro e rischia di provocare una nuova bolla finanziaria. La critica è di Liu Mingkang, capo dell' organismo di controllo delle banche cinesi. La banca centrale americana, afferma Liu, segue una politica di tassi d' interesse eccessivamente bassi. Ciò provocano un indebolimento del dollaro che è in contrasto con gli sforzi per superare la crisi finanziaria. La debolezza del dollaro, ha detto Liu parlando in un convegno a Pechino, «sta spingendo gli investimenti speculativi nelle Borse e nei mercati immobiliari ponendo nuovi, gravi rischi alla ripresa globale ed in particolare alla ripresa dei mercati emergenti».

Sono due le ragioni per cui l'indebolimento del biglietto verde è malvisto dalla Cina. In primo luogo perché il tasso di cambio sfavorevole danneggia le esportazioni. E poi perché Pechino è il primo creditore degli Stati Uniti, avendo acquistato nel corso degli anni enormi quantità di titoli di Stato americani, che hanno subito una pesante svalutazione. A Singapore, dove si è svolto ieri ed oggi il vertice dei Paesi dell' Asia/Pacifico (Apec), Cina e Usa si sono scontrati sui temi del cambio dello yuan e del protezionismo. Nei suoi due discorsi al vertice, il presidente cinese Hu Jintao ha criticato severamente il protezionismo dei paesi sviluppati ma non ha fatto cenno alla rivalutazione dello yuan, insistentemente chiesta dagli Usa per contenere le importazioni dalla Cina.

Altro tema caldo è quello del clima. Su questo fronte si registra il fallimento dell'intesa tra i leader dell'area Asia-Pacifico riuniti a Singapore per il vertice Apec. È infati stata raggiunta solo un'intesa «politica» in vista del vertice che si aprirà tra 22 giorni a Copenaghen. Di fatto non c'è stato alcun accordo sui numeri. Nessuna traccia del dimezzamento delle emissioni di gas serra entro il 2050 previsto (forse ottimisticamente) alla vigilia.

Barack Obama si è incontrato con il presidente cinese Hu Jintao e con il premier danese Lars Loekke Rasmussen, ospite del vertice di Copenaghen e in visita a sorpresa, ma solo per realizzare che «è irrealistico aspettarsi che tra ora e il vertice di Copenaghen, che avrà inizio tra tre settimane, sia possibile negoziare un accordo completo che costituisca un vicolo a livello internazionale».

«Cercheremo di arrivare - ha fatto sapere Rasmussen - a un accordo politico vincolante che copra tutti i principali elementi del negoziato». E avremo comunque, ha detto ottimisticamente il premier danese «un risultato ambizioso». Copenaghen quindi non sarà più il punto di arrivo dell'accordo sul clima ma, molto probabilmente, solo una tappa intermedia prima di un nuovo vertice che si svolgerà quasi sicuramente a Città del Messico.

Determinante probabilmente per il compromesso al ribasso dei leader è stata la «sintonia» tra Usa e Cina che, da parte sua, ha sempre mantenuto una grande distanza dagli obiettivi di Kyoto. che sarebbero dovuti essere aggiornati a Copenaghen in vista della scadenza ufficiale dell'accordo nel 2012. Pechino infatti ha sempre sostenuto che la riduzione dei gas serra spetti soprattutto ai paesi maggiormente industrializzati, responsabili in prima persona del cambiamento climatico. D'altra parte, quella statunitense, ha anche giocato la paura di Obama di non riuscire a sormontare gli ostacoli all'intesa posti dal Congresso Usa, stretto tra gli obiettivi ad ampio respiro del Paese e tra gli interessi delle lobby industriali. Delusione è stata espressa dal Wwf: «All'Apec - si legge in una nota - si è parlato troppo di rinvii e di quello che non sarà fatto a Copenaghen. Non sembra una strategia intelligente per vincere la lotta al cambiamento climatico».

15 novembre 2009
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