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Caro, caro, caro, petrolio?
Il prezzo dell'oro nero, nell'estate del 2008, aveva raggiunto valori stratosferici: oltre 145 dollari al barile. Se quel livello avesse resistito, sarebbe stato un bel macigno sull'economia: da un lato, la bolletta energetica sarebbe schizzata verso l'alto (con la conseguente inflazione); dall'altro, avrebbe causato non pochi problemi alle famiglie che avrebbero indirizzato la loro (scarsa) spesa verso i consumi energetici (per quanto anch'essi rilevanti nella crescita del Pil). La recessione dell'economia reale ha, però, portato il barile a più miti consigli. Oggi, gli indizi sembrano indicare che il peggio è alle spalle (più che un'affermazione un mantra...) e le quotazioni sono ripartite: si aggirano attorno a 78 dollari. A ben vedere, bisognerà capire cosa "farà" l'enorme liquidità in circolazione immessa dagli istituti centrali (cui si aggiunge la politica dell'easy money). Il petrolio, infatti, alla stregua dell'oro è diventato (anche) un asset finanziario. Molti investitori puntano sul barile di carta alla ricerca di un ritorno sull'investimento: nel caso di un nuovo balzo delle quotazioni bisognerà, quindi, capire quanto è il peso dell'investment demand e quanto, invece, della domanda reale. Solo quest'ultima sarà l'indizio di una possibile ripresa della congiuntura.
Borse mondiali, liquidità e banche centrali
Già, il peso della domanda di carattere finanziario. Che questa abbia, proprio a causa dell'enorme massa di denaro frusciante in circolazione, un'importanza enorme lo si è visto anche dall'andamento dei mercati finanziari. Le Borse hanno messo a segno un rally notevole dal marzo scorso. Si ha un bel dire che i fondamentali erano assolutamente sottostimati e che i prezzi scontavano una "soluzione-fine-di-mondo" che non si è concretizzata. Certo, ci sarà anche questo. Ma è la ricerca di un ritorno sull'investimento (a fronte di tassi a zero negli Usa e a all'1% in Europa) che ha dato gas ai listini. Altrimenti bisognerebbe spiegare perché tutti i settori sono saliti indistintamente, senza alcuna selezione. In particolare le banche, che hanno corso moltissimo e che non passa giorno in cui non si ripeta: hanno fatto utili con il trading e dovranno ancora affrontare perdite e svalutazioni sui crediti. Tuttavia, più che monitorare con assillo l'andamento delle Borse è meglio guardare con attenzione alle mosse delle banche centrali. Proprio ieri la Bce ha compiuto il primo gesto concreto (gli annunci sono acqua gettata contro lo scoglio...) verso la riduzione del denaro prestato generosamente alle banche: «richiederemo - ha detto l'Eurotower - almeno due rating di una istituzione esterna di valutazione del credito» sui titoli garantiti da altre attività (Abs) che le banche (ci) cedono come collaterale. Un piccolo passettino. Un tentativo di prova verso l'exit strategy. L'inizio di drenaggio della liquidità sul mercato è un momento da monitorare con attenzione perché è lì che si potrà valutare meglio la salute del paziente, sia di Wall Street sia di Main Street.
Casa, dolce casa...
Già, Main Street. Quel mondo reale, dove nel 2007 scoppiò la bolla immobiliare che è stata una delle cause della crisi finanziaria (prima) e della recessione (dopo). Il contestuale rialzo dei tassi e il crollo dei prezzi dell'immobiliare hanno, da un lato fatto saltare i mutui subprime (inseriti negli Asset backed security) e, dall'altro, fatto diminuire il valore del bene a garanzia dei mutui stessi. Il tutto con le conseguenze che sappiamo. Nel 2009, nonostante la dura crisi, le vendite di immobili sono aumentate: a settembre hanno raggiunto 5,57 miliardi di dollari, secondo la la National association of realtors. Tuttavia i problemi non mancano. Le insolvenze sui prestiti salgono e, nel commercial housing cui molte banche locali sono esposte, si assiste ad un pericoloso aumento delle morosità. Non solo: le difficoltà dei due enti parastatali Fannie Mae e Freddie Mac, che hanno ricevuto più di 110 miliardi di dollari dal governo di Washington per il loro salvataggio, pone seri problemi su fronte di eventuali ulteriori sostegni pubblici.
Il debito a stelle e strisce... alle stelle
Pensare a iniezioni di denaro pubblico è, infatti, molto difficile. Proprio di recente, l'esecutivo ha pubblicato l'ultimo dato sul debito pubblico. Secondo quanto indicato dal dipartimento del Tesoro Usa, il debito ha superato la soglia dei 12mila miliardi di dollari. Al 16 novembre 2009 ammonta a 12.031,30 miliardi contro 11.999,51 miliardi il giorno prima. La prima soglia simbolica dei 10mila miliardi era stata superata nel settembre 2008. Dal primo novembre 2009 l'indebitamento è cresciuto di oltre 138 miliardi e si sta avvicinando rapidamente al tetto di 12.104 miliardi (circa l'80% del Pil Usa 2008) autorizzato dal Congresso.
Insomma i dati, le variabili da osservare (al di là delle troppe dichiarazioni di questa o quella autorità) possono essere diversi (l'elenco potrebbe continuare...). Numeri utili per cogliere qualche indizio in grado di farci capire cosa può succedere. Ma sempre nella consapevolezza che le previsioni, in economia, sono di per sé fallaci. E chi sostiene il contrario è in mala fede o un illuso.
vittorio.carlini@ilsole24ore.com